Tunisia: la transizione bloccata

Tunisi: “La famiglia Laroussi della città di La Goulette è ancora sotto choc. Ha fornito al servizio al servizio della Rivoluzione tunisina del 14 gennaio, due martiri, nel pieno delle forze, sposati e padri di bambini […]”. Le fotografie in cima alla seconda pagina de “Le Temps” di domenica 10 aprile non lasciano dubbi. Belhassan e Nabil avranno si e no 25, 28 anni, e le forze di polizia li hanno freddati sul colpo due giorni dopo la fuga di Ben Ali. Chissà se tra le migliaia di persone ammarate a Lampedusa c’e’ un Laroussi. Chissà se chi ha sparato avrà mai un processo. Chi lo decide, chi ha l’autorità, chi lo impone? “Non sostituiamo una dittatura con un altra”. Stesso giornale, taglio basso, pagina quattro. Questo è il dilemma della Tunisia dopo tre mesi dall’inizio di questa nuova entusiasmante fase e a quattro mesi dalle elezioni del 24 luglio per il Parlamento che riformerà la Costituzione. “Non vogliamo un altro Libano”, afferma a ragion veduta Kamel Labidi, nuovo Presidente dell’Autorità Nazionale per la Riforma dell’Informazione e Comunicazione (INRIC). Piu’ di cinquanta partiti registrati ad oggi, e la possibilità di arrivare a sessanta o settanta al momento del voto. Il ruolo che giocheranno i media in questa partita è chiaramente fondamentale.

Con pochissime risorse umane e finanziarie, è proprio l’INRIC di Kamel Labidi ad aver organizzato insieme all’Associazione Mondiale delle Radio Comunitarie (AMARC) una due giorni sui media, sul loro ruolo durante le elezioni, sulle necessarie riforme che un sistema abituato a fare propaganda più che informazione per più di vent’anni ha bisogno di mettere in atto. Per la prima volta intorno allo stesso tavolo siedono i rappresentanti delle poche radio commerciali autorizzate sotto la dittatura e che hanno saputo riciclarsi, una radio pirata, produttori televisivi, giornalisti, il servizio pubblico e i massimi dirigenti dell’ultimo monopolio di stato in tema di radiodiffusione, l’Office National de Telediffusion, che gestisce de facto non solo lo spettro delle frequenze in FM ma anche il sistema di diffusione, i trasmettitori e le antenne.

“Come Tarak Ben Ammar ha ottenuto i suoi benefici”, titola Le Temps in prima pagina, quasi in controcanto all’intervista del Corriere della Sera dello stesso giorno. Parliamo dello stesso Ben Ammar, consigliere di amministrazione di Mediobanca e amico del Cavaliere, intervistato da Rai1 per difendere Ben Ali poco prima del 14 gennaio, intervistato da Rai 1 pochi giorni dopo il 14 gennaio per accusarlo. Anche questo è il problema della Tunisia di oggi. Come disfarsi di una classe politica, di dirigenti, funzionari, imprenditori impelagati con il regime, che continuano in qualche modo a tenere le redini del Paese. “E’ la transizione bloccata”, commenta uno dei giornalisti presenti alla due giorni organizzata dall’ INRIC. C’e’ voglia di partecipazione, di parlare, intervenire. Ognuno ha la sua ricetta. E la voglia di parlare vuole trasferirsi sulle onde, sulle frequenze, le radio e le televisioni per tanto tempo impedite dal ladrone Ben Ali.

La risposta a queste istanze è disarmante. Lo spettro delle frequenze è pieno, non c’e’ spazio per nuove radio, afferma l’Ufficio della telediffusione. La ragione? Circa il 70 % delle frequenze è occupato dal servizio pubblico che con i suoi 4 canali nazionali e 5 regionali lascia poco spazio alla diffusione da parte di altre realtà. Se sia una stima reale o no, saranno studi tecnici specializzati ed indipendenti a stabilirlo. Certo è, che l’ascoltatore medio intrappolato nel traffico che fa zapping con l’autoradio, ha molti spazi vuoti tra un’emittente e un’altra e spesso ritrova gli stessi (pochi) canali su diverse frequenze. Il paradosso, è che nel momento in cui il Paese ha piu’ bisogno d’informazione in vista delle elezioni, gli attori sono sempre gli stessi, e il pluralismo rischia di essere il primo aborto della nascitura democrazia. Chi rischia di approfittarne sono gli integralisti. “Integralisti puri e duri”, a tutta pagina tre il titolo de “Le Temps”, “le minacce contro la rivoluzione e la democrazia”, il sottotitolo. Una minaccia che non è vista solo al venerdì, all’uscita dalle moschee, con i provocatori del partito “Ettahrir” che con pietre e coltelli attaccano bar, ristoranti e le macchine di chi ha un edificio culturale e identitario diverso dal loro, ma anche da tutti gli operatori della comunicazione che chiedono a gran voce di mettere in atto regole chiare per arginare la pericolosa deriva estremista. A titolo d’esempio, Radio Zaitouna, la radio privata coranica, ha una copertura del 100% del territorio, mentre altri canali del servizio pubblico solo del 60%.

La paura degli estremisti si allarga alla paura di ingerenze esterne. Qualsiasi consiglio è benvenuto, in un paese che dopo la decolonizzazione ha conosciuto solo regimi forti (prima di Ben Ali, Bourguiba). Ma la via tunisina, e su questo c’e’ l’unanimità tra i diversi rappresentanti della società civile e dei movimenti sociali, questa volta non dipenderà dalle cancellerie Europee, ne’ tantomeno dagli Emirati che hanno a lungo sostenuto il regime. “Anche le gazzelle hanno subito la dittatura. Ben Ali ha sterminato la fauna selvaggia nel Sud del Paese per soddisfare i capricci di alcuni Emiri”, titolo a cinque colonne in prima pagina, sempre sullo stesso quotidiano indipendente. E tra gli Emirati in questione, c’e’ anche quello del Quatar, editore di Al Jazeera, che in molti temono per il ruolo occulto che potrebbe giocare in favore di alcuni candidati alle elezioni, fuori dalle regole di autoregolamentazione che con difficoltà i media tunisini cercano di concordare. [fine 1a parte].

La Rivoluzione continua. [leggi 2nda parte]

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