Egitto: processi eccellenti

Sono passati esattamente due mesi da quell’11 febbraio che ha segnato la caduta del regime di Hosni Mubarak. Due mesi dalle dimissioni del presidente rimasto in carica poco meno di trent’anni. La Rivoluzione del 25 gennaio, travolgente come tutte le rivoluzioni, ha raggiunto così il suo scopo simbolico, ma la strada per l’uscita piena dal regime costruito in decenni da Hosni Mubarak e dagli uomini a lui più vicini è ancora lunga. Lo sanno bene i milioni di egiziani che continuano a scendere in piazza Tahrir quasi ogni venerdì, e per ragioni diverse. L’ultima volta, venerdì scorso, era per chiedere il processo contro Hosni Mubarak e gli alti papaveri, non solo per corruzione e abuso di potere, ma anche per le centinaia di morti – forse ottocento – uccisi durante le settimane della rivoluzione.

La magistratura, che in Egitto è stato uno dei poteri istituzionali che ha cercato di opporsi al regime, ha già aperto le indagini contro ministri, imprenditori, grand commis legati al vecchio sistema di potere. Ora sta addentando i dossier più scottanti, quelli che riguardano la famiglia Mubarak. E così Hosni Mubarak è comparso in tv, ma solo con un messaggio audio, per difendere se stesso,  registrato per il  canale satellitare saudita Al Arabiya.

La prima uscita pubblica di Mubarak ha sorpreso gli egiziani, ma non li ha sorpresi né la sua difesa d’ufficio, né la scelta di Al Arabiya per diffondere il suo messaggio. Al Arabiya è di proprietà saudita, e la vox populi dice che tra i protettori dell’ex presidente vi sia proprio la famiglia reale di Riyadh.L’ufficio di Al Arabiya al Cairo, però, smentisce di aver saputo nulla del messaggio audio: una smentita interessante, perché molti, sempre al Cairo, accusano chi dirige l’ufficio di essere stata vicina al regime. Un’accusa fondata anche sul fatto che Al Arabiya, durante la rivoluzione del 25 gennaio, non abbia subito lo stesso trattamento riservato ad Al Jazeera, il cui segnale fu interrotto più volte dalle autorità.

Dal suo ‘esilio’ interno di Sharm el Sheykh, l’ex presidente Mubarak non si è dunque fatto vedere dagli egiziani, ma si è lo stesso difeso – via audio – dall’accusa di aver accumulato una fortuna per sé e per la sua famiglia. Non ho nessun conto bancario all’estero, ma solo in una banca egiziana, ha detto Hosni Mubarak,parlando però di se stesso e di sua moglie. Altra cosa è la situazione patrimoniale dei suoi due figli, Gamal e Alaa. Il primo, suo erede politico, per anni impegnato a disegnare per se stesso un cursus honorum dentro il partito al potere, lo NDP. Alaa, il primogenito, business di successo, su cui però la vox populi del Cairo, la strada araba, raccontava storie di corruzione.

Continua a leggere l’articolo di Paola Caridi, corrispondente di Lettera 22 da Gerusalemme, sul suo blog: Invisiblearabs

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