Passpartù 26: le strade della fuga

Partiamo dalle coste nord-africane, da dove partono tante persone nella speranza di raggiungere l’Europa, per passare per Lampedusa e i numerosi centri o tendopoli allestiti negli ultimi giorni sul territorio italiano. Grazie alle diverse voci raccolte nei diversi territori, faremo il racconto degli spostamenti organizzati dalle autorità. Andremo poi in Grecia e nella sua capitale, Atene, dove si trova la nostra Marzia Coronati, dove raccoglie le testimonianze dei migranti e richiedenti asilo che si trovano sul suolo grecco.

Cosa ha spinto il Premier Silvio Berlusconi ad andare in Tunisia per la prima volta dopo la rivoluzione che ha sbarazzato il paese di Ben Ali ? Le questioni migratorie e l’arrivo di numerosi giovani tunisini sulle coste italiane. La Tunisia di Ben Ali era un efficace gendarme per l’Italia e i paesi europei. Lo Stato di Polizia impediva ai tunisini e non di andarsene dal paese. Il primo accordo italiano-tunisino sulle questioni migratorie rissaliva al 1998 ed è con fondi italiani che 11 carceri segrete per stranieri erano state costruite sul territorio tunisino. Ora la situazione è cambiata e da febbraio, sarebbero 22 000 i tunisini che hanno lasciato il loro paese via mare per raggiungere l’Europa, rischiando la loro vità. Dall’altra parte hanno trovato un’isola carcere e ora la deportazione verso le caserme vuote del territorio. Ma come la vedono in Tunisia ? Abbiamo letto la stampa tunisina e gli articoli relativi all’incontro tra Berlusconi e il primo ministro del governo provisorio, Béji Caïd Essebsi. I giornali sembrano unanimi: i toni italiani sono eccessivi, sopratutto se si pensa che a sua volta la Tunisia accoglie tanti profughi, fuggiti dalla Libia.”E vero che il fenomeno di emigrazione clandestini è stato importante ultimamente, racconta Lofti Ouenniche su Le Temps, Non è pero’ di certo una ragione per dire che la Tunisia è negligente. L’Europa, e in primo luogo l’Italia, deve capire che si tratta di una tappa di un processo che finirà il giorno in cui il paese ritroverà la sua forza e non è una ragione per drammatizzare o creare tensioni”. Lo stesso giornale ha condotto un’inchiesta tra i giovanni che cercano di lasciare il paese e in un articolo Yasser Maarouf cita i giovanni intervistati: “la rivoluzione non ha cambiato niente per me, racconta un giovane, mi alzo la mattina e non ho niente da fare, la speranza di trovare un lavoro è lontana se non improbabile”. “Vendono mobili e gioielli, prendono soldi in prestito da parenti o amici per pagare il passaggio” scrive il giornalista. In più, aggiungiamo noi, molti di loro intendono esercitare il loro diritto allo spostamento e sfidano le regole europee. La priorità per la Tunisia ora, sottolinea il giornale la Presse, è appoggiare le regioni disagiate del paese, dare la possibilità ai suoi abitanti di rimanerci.

La grande maggioranza delle persone che cercano di raggiungere le coste europee partono dalla Tunisia, ma c’è anche chi cerca di lasciare via mare la Libia. Più persone si sono messe negli ultimi giorni in contatto con Mussie Zerai, della ONG italiana Agenzia Habeshia. Il 26 marzo, grazie ad un telefono satellitare, 68 persone provenienti dal corno d’africa l’hanno chiamato. Partiti il giorno prima da Tripoli, chiedevano aiuto, ma d’allora non si sa più niente di loro. Altre imbarcazioni sono state segnalate a Zerai. Nella notte tra il 22 e il 23 marzo, una barca con a bordo 330 persone hanno lasciato la costa vicino Tripoli, mentre domenica 3 aprile ha ricevuto una chiamata segnalando che un’altra barca, con a bordo 400 persone questa volta, avveva lasciato la Libia. Fino ad aggi, non si sa nulla di tutte queste persone, 400 in tutto. Sono invece stati ritrovati i corpi senza vita di circa 70 persone sulle coste libiche, vittime del mare. Anche loro erano migranti, provenienti dal’Asia e dell’Africa.

Lasciamo le coste nord-africane per andare a Lampedusa, trasformato per settimane delle autorità italiane in una prigione a cielo aperto. Nel momento in cui il territorio stava sull’orlo del colasso – si calcola che sui 22 chilometri quadrati dell’isola c’erano in totale circa 1300 persone : 6000 isolani, altrettanti tunisini e 1000 militari o poliziotti – le autorità italiane hanno deciso di organizzare una spettacolare evacuazione. Il progetto Melting Pot ha deciso di organizzare un presidio sull’isola, la campagna Welcome, con l’obiettivo di monitorare e raccontare cosa succede. Il 31 marzo, abbiamo sentito Luca Bertolino, testimone delle operazione di evacuazione di Lampedusa, ci descriveva delle scene agghiacianti, messi in fila e fatti sedere per terra, i migranti dovevvano togliere i lacci delle scarpe e le cinture. Quest’ episodio fà capire la logica carceraria dell’operazione. L’inquetudine regnava allora tra i migranti, raccontava Luca Bertolino, perché non sapevano dove venivano portati. Pare che neanche le autorità lo sapessero bene, come lo dimostra il percorso delle nave “Clodia”, che ha lasciato Lampedusa in direzione di Taranto, prima di prendere la direzione di Napoli e infine di Civitavecchia. In fretta e furia, le autorità hanno allestito delle tendopoli su diversi punti del territorio nazionale, spesso in zone militari o in caserme dismesse. Senza dare un contenuto giuridico al termine, queste tendopoli sono state denominate Centri di Accoglienza ed Identificazione. L’allestimento di 13 simili strutture è stato annunciato, senza che si sappia sempre dove. Una tendopoli di 3500 posti è cosi’ stata allestita a Manduria, vicino Taranto in Puglia. Il 27 marzo, le prime persone sono state portate li’.

Molte persone sono riuscite a fuggire dal campo di Manduria e per impedire ulteriori evasioni, le autorità alzano le reti. Un’altra soluzione è stata trovata : mettere queste persone dietro alle spesse mura delle caserme dismesse o nelle caserme militari. Pero’ le autorità incontrano resistenza : la mobilitazione dei cittadini toscani ha costretto il governo a fare un passo indietro : l’ex base militare americana di Coltano, vicino Pisa, non diventerà una tendopoli. Sorte diversa per la caserma “De Carolis” di Civitavecchia, dove dovrebbero arrivare 600 tunisini. Altri campi sono stati allestiti a Trapani, Caltanissetta e Potenza. Anche la caserma Andolfato a Santa Maria Capua Vetere è stata trasformata in tendopoli. Noi abbiamo sentito il 4 aprile Mimma, attivista del centro sociale Ex-Canapificio di Caserta. Si trovava proprio davvanti alla struttura, dove erano appena state portate con 7 pullman da Napoli 471 persone. “Questo posto era un carcere militare, circondato da muri alti 8 metri”, ci ha raccontato mentre cercava di entrare in contatto con le persone rinchiuse dentro alla caserma per poter dar loro assistenza e informazioni sui loro diritti,

Spesso i migranti in fuga cercano di raggiungere la Francia, un paese che, come l’Italia, era molto amico di Ben Ali. Ora, le autorità non vedono di buon occhio i giovani tunisini attraverse le alpi e quando li fermano li rinviano indietro, in Italia. Sulle autostrade come sulle stradine di montagne, sulle spiagge o nelle stazioni, i poliziotti francesi arrestano i migranti e li consegnano alle autorità italiane. A loro volta quest’ultime gli danno un foglio di via e rimangono bloccati alla frontiera, a Ventimiglia. La stessa Comissione Europea ha condannato la Francia per i respingimenti in atto, ma Parigi ha semplicemente risposto che era tutto legale e che non intendeva cambiare nulla alla sua politica. Il 5 aprile, il ministro dell’interno francese, Claude Guéant annunciava che 2800 tunisini erano stati fermati dalla polizia francese a marzo, 1700 dei quali rinviati in Italia.

Ospiti della puntata :
Mussie Zerai, Agenzia Habeshia
Luca Bertolino, campagna Welcome
Francesco Ferri, Rete anti-razzista di Taranto
Mimma, CSA Ex-Canapificio di Caserta
Abujar di Atene

In redazione :
Andrea Cocco

La nostra mail : passpartu@amisnet.org

Passpartù è un programma a cura di Marzia Coronati e Elise Melot

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