Babush 25: Cairo-Tunisi Express

Questa settimana Babush punta la propria attenzione su Tunisia ed Egitto, per fare il punto sullo stato dell’arte delle rispettive rivoluzioni. Come ci spiegano i nostri interlocutori, infatti, il processo rivoluzionario non può dirsi concluso in nessuno dei due paesi, trovandosi le elìte dominanti legate ai vecchi regimi ancora saldamente in possesso delle proprie posizioni.

La Tunisia è un piccolo paese, popolato da circa dieci milioni di persone. Dopo la fuga del dittatore Ben Alì avvenuta il 14 gennaio scorso, in seguito alle rivolte scoppiate in dicembre, la società tunisina sta vivendo un momento di fermento culturale e politico, dove per la prima volta dopo decenni la società civile si sente chiamata in causa per partecipare alla vita politica del paese. Il miracolo tunisino, il mito di un paese moderno e laico, estraneo alle dinamiche che caratterizzano i paesi dell’area, è stato diffuso anche fuori dalla Tunisia grazie ai numerosi portatori di interessi stranieri (non ultima l’Italia) che hanno investito nel regime di Ben Alì. Si tratta però di un mito fittizio, funzionale ad una rigida divisione in classi, un mito in cui la borghesia ha voluto credere fino a quando la sua infondatezza non è stata evidente. Esistono ovviamente delle parti significative della borghesia dominante che tuttora si oppongono ai processi di innovazione e superamento del vecchio sistema. A luglio i tunisini saranno chiamati al voto per eleggere un’assemblea costituente, che a sua volta sarà incaricata di riscrivere la costituzione e definire un piano di transizione per il Paese. Nel frattempo il dibattito internazionale insiste, soprattutto il Italia, sulla questione delle migrazioni, fattesi più intense dalla caduta del regime. Un’ulteriore elemento in gioco, nel generale clima di fermento che caratterizza la situazione, è l’informazione. Gli spazi informativi sono virtualmente aperti e su questo piano si gioca parte importante della partita in corso nel paese. Ma non senza contraddizioni: dopo venti anni di censura e controllo su internet, i media tunisini stanno attraversando infatti un periodo di libertà senza precedenti nel paese. Durante la rivolta iniziata a dicembre, i giornalisti indipendenti sono gradualmente usciti dall’oscurità e dal controllo delle autorità, ma è soprattutto dopo il 14 gennaio, il giorno della fuga di Ben Alì in Arabia Saudita, che il panorama mediatico si è aperto. Diversi reporter e media attivisti costretti all’esilio in Europa, sono rientrati mentre altri sono usciti dalle carceri dove erano stati rinchiusi dal regime con pesanti condanne per le loro attività. Anche là dove non si riescono ad aprire nuovi media, la popolazione reclama spazi all’interno dei servizi pubblici e riesce ad ottenerli. Non solo a Gafsa, ma anche al Kef o a Monastir città dove le rispettive radio regionali hanno aperto i propri palinsesti agli attivisti e agli ascoltatori. Per sugellare queste conquiste sono però necessarie nuove leggi e il definitivo smantellamento del sistema normativo del vecchio regime. In ultima analisi la situazione in Tunisia è ben più articolata e indefinita di quanto non potrebbe apparire, con movimenti interni che di continuo possono spostare l’ago della bilancia e dar vita a determinati scenari anzichè ad altri.Ciò che è certo è che anche in Tunisia il processo rivoluzionario è tutt’altro che concluso e che nei prossimi mesi verranno decise le sue reali sorti.

Ci sposteremo poi in Egitto, dove bisogna constatare che dopo l’abbandono da parte di Mubarak, avvenuto l’11 febbraio scorso,c’è un vuoto di potere, colmato parzialmente dall’esercito, circostanza che da molti viene vista con sospetto. L’esercito è infatti uno dei poteri forti del vecchio regime, complice delle ingiustizie a questo imputabili e tra i principali beneficiari della dittatura, che lo ha trasformato in un vero e proprio potentato economico prima ancora che politico. Il referendum svoltosi il 19 marzo, prima consultazione del dopo Mubarak, ha visto la partecipazione di circa il 45% dell’elettorato e decretato la vittoria schiacciante dei SI, con il 77,2 % dei vontati contro il 22,18% che ha scelto il NO. Oggetto della consultazione la ratifica delle modifiche costituzionali apportate dallla giunta militare che si è incaricata di traghettare l’Egitto nella transizione democratica. La vittoria del SI determina un’accelerazione nella direzione delle elezioni politiche, che si svolgeranno a questo punto in settembre.Difficile decifrare il significato del voto e quanto le pressioni da parte dei poteri legati al regime e non ancora scalzati dalle loro posizioni abbiano potuto pesare.L’esercito e gli apparati di sicurezza legati al regime di Mubarak sono tra l’altro oggi accusati da più parti di star distruggendo le prove dei soprusi e delle violazioni commesse: ottantaquattro ufficiali sono stati arrestati su decisione della Procura del Cairo, dopo giorni di proteste contro la sicurezza di Stato, di cui i manifestanti chiedono la soppressione. La sicurezza di Stato, tra l’altro, è anche accusata di aver fatto un eccessivo ricorso alla violenza contro gli egiziani scesi in piazza per 18 giorni tra gennaio e febbraio per chiedere le dimissioni dell’ormai ex presidente Hosni Mubarak. Un altro tema centrale del dibattito politico in egitto, benchè eccessivamente enfatizzato dalle analisi internazionali, è la laicità o meno dello stato. E’ innegabile che nel quadro politico del paese i Fratelli Musulmani abbiano un peso rilevante e che questo peso sia aumentato dopo le vicende degli ultimi due mesi, nelle quali hanno ricoperto un ruolo significativo. C’è però da evidenziare anche il cambiamento che la stessa Fratellanza Musulmana ha subito durante le proteste di piazza, prendendo parte attiva alle proteste e iniziando un dialogo con le altre forze politiche inedito fino ad oggi. La situazione è quindi molto fluida e passibile di evoluzioni difficili da prevedere. Senz’altro l’orizzonte delle elezioni di settembre rappresenta per tutti un appuntamento di centrale importanza.

Ospiti della puntata:

Fabio Merone, ricercatore e giornalista
Francesco Diasio, AMARC Europa
Paola Caridi, giornalista
Basel Ramsis, regista di documentari attivo nella rivoluzione egiziana

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