Non solo Rosarno: il modello agricolo europeo e i migranti

Le condizioni dei braccianti agricoli in Calabria rimane precaria, ma non è così diversa da quella dei lavoratori stagionali impiegati nelle serre dell’Almeria, in Spagna, o nel sud della Francia. A queste conclusioni è giunto un gruppo di agricoltori e membri di associazioni contadine europee che la scorsa settimana hanno effettuato una visita nella regione teatro della rivolta di Rosarno. I rappresentanti rumeni, polacchi, francesi, italiani e spagnoli sono stati nelle zone agricole della Piana di Gioia Tauro, di Crotone, della Sila e nella Piana di Sibari. Al termine della visita sottolineano non solo il persistere di situazione di degrado per i lavoratori migranti ma anche una somiglianza con le condizioni dei braccianti in altre zone d’Europa dedicata all’agricoltura intensiva e attraversate in passato da rivolte simili a quelle di Rosarno. “I lavoratori stagionali vengono usati in diverse parti d’Europa senza alcuna tutela” spiega ai nostri microfoni Nicolas Duntze, contadino francese e membro della Confedération Paysanne. “e questa situazione è dovuta a sua volta all’industrializzazione dell’agricoltura. Nelle piane dove si producono arance in Calabria” prosegue Duntze “così come nelle grandi serre dell’Almeria, la regola imposta dal mercato e dalla grande distribuzione è produrre al minor costo possibile. Per mantenere questi livelli, l’agrobusiness punta regolarmente a non rispettare le convenzioni locali o internazionali sul diritto del lavoro”. La condizione di vita dei lavoratori stagionali, sottolinea la delegazione di contadini europei, è strettamente legata alla Politica agricola comune, la PAC e all’imposizione di un modello di agricoltura industrializzata. L’altra faccia della medaglia è quello delle centinaia di migliaia di piccoli agricoltori europei, che dall’Italia alla Romania, soccombono inesorabilmente di fronte alla concorrenza spietata dell’agrobusiness. All’orizzonte c’è però la riforma della PAC, attualmente in discussione in Europa. Uno scenario che apre degli spazi di confronto con l’urgenza di sostenere un altro modello di agricoltura, più legato al territorio e alle esigenze delle produzioni locali.

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