Passpartù 23: Richiedenti asilo s.p.a.

Secondo la legge nazionale e le convenzioni europee, in Italia i richiedenti asilo hanno diritto a un percorso di accoglienza, che non si limiti solo all’erogazione di servizi di base, ma offra anche strumenti per acquisire autonomia. Nel nostro paese spesso tutto questo non esiste, nonostante esistano fondi europei stanziati appositamente. I centri sono quasi sempre ghetti in estrema periferia, come quello che il nostro governo inaugurerà a giorni a Mineo, in provincia di Catania. La vita per i rifugiati politici in Italia è dura, e neanche la fuga all’estero è una soluzione, perchè, secondo la legge europea il richiedente deve rimanere lì dove ha inoltrato la sua domanda.

Il 26 febbraio le forze dell’ordine hanno sgomberato uno stabile a via dei villini, al centro di Roma. Al momento dello sgombero al suo interno vivevano circa centoquaranta persone, in condizioni igienico-sanitarie a dir poco precarie. La vicenda era conosciuta da molti. In uno dei quartieri più esclusivi della città, in quella che un tempo era stata l’ambasciata della Somalia, vivevano da anni centinaia di ragazzi di origine somala. Nonostante queste persone avessero diritto a un percorso di accoglienza, in quanto tutelate da una protezione internazionale, da tempo le amministrazioni si erano lavate le mani di loro. Sistemati alla meno peggio all’interno dello stabile, la loro situazione andava via via peggiorando. Prima senza acqua, poi senza luce, mentre il vecchio villino andava sempre più deteriorandosi. Abbiamo ripercorso le loro storie: arrivati sulle coste italiane, dopo un breve soggiorno nei centri di accoglienza, sono stati abbandonati per strada, con il consiglio di andarea Roma, a via dei villini appunto. Le uniche realtà a occuparsi di loro sonostate quelle del volontariato, come l’associazione Somebody, che per un lungo periodo ha cercato di aiutare gli abitanti della casa. Ma la situazione era veramente disèerata. Abbandonati a se stessi, giovani e meno giovani passavano giornate intere all’interno della casa o a vagabondare per le strade, vivendo di elemosina o piccoli espiedienti. Anche Aweis è un rifugiato politico, oggi fa il mediatore culturale e ha lavorato spesso all’interno dell’ambasciata. Aweis ha avuto la fortuna e l’intraprendenza di affrontare un percorso migliore, e ci racconta che il primo principale ostacolo da superare è quello della lingua. Aweis, dopo avere fatto un corso di lingua presso la comunità di Sant’Egidio, ha trovato lavoro come magazziniere, e in contemporanea fa il mediatore culturale a titolo gratuito. Ha cercato più volte di convincere i ragazzi dell’ex-ambasciata a frequentare un corso di lingua, ma non tutti hanno accettato. Lo stato di indigenza in cui vivevano li aveva gettati nella disperazione e molti di loro erano dediti all’alcool. Il 26 febbraio l’ex-ambasciata è stata sgomberata, dopo che al suo interno è avvenuto uno stupro ai danni di una ragazza diciottenne. Gli abitanti dello stabile sono stati traferiti nelle strutture preposte all’emergenza freddo, una soluzione che non durerà neanche un mese e che non può certo essere salutata come una vittoria, spiega l’associazione Somebody, che ricorda che le persone tutelate dalla protezione umanitaria avrebbero diritto anche ad una seconda accoglienza, mirata a favorire l’autonomia delle singole persone.

La storia dei profughi somali che vivevano a via dei villini ci racconta la storia dell’accoglienza dei rifugiati politici in Italia: una storia fatta di carenze strutturali e di abbandono, di fondi europei erogati e finiti nelle tasche sbagliate. Quando arrivano in Italia, i richiedenti asilo vengono trasferiti nei CARA, i centri di accoglienza per richiedenti asilo, lì aspettano l’esito della loro domanda di asilo politico e sempre lì dovrebbero iniziare un percorso di integrazione, attraverso corsi di lingua, di formazione professionale, ecc. In veritàquesti posti sono spesso realtà tristi, confinate nelle periferie delle città e sembrano mirare più al controllo della persona (ad esempio in certe strutture deve timbrare un cartellino ad ogni entrata ed uscita), che al suo sviluppo nella terra di accoglienza. Se poi la domanda del richiedente asilo viene accettata – se quindi lo stato riconosce che il richiedente vive una reale situazione di pericolo nel suo paese di origine e quindi ha diritto alla protezione in Italia – il rifugiato viene letteralmente abbandonato per strada. Cosi’ la comunità di somali di cui parlavamo all’inizio si è ritrovata a dover occupare l’ex-ambasciata e le persone invece di intraprendere un persorso di inserimento sociale e lavorativo, si sono ritrovate a fare i parcheggiatori per le strade della capitale. Le condizioni di estremà povertà nella quale sono costretti a vivere, spingono molti profughi a cercare fortuna altrove, ad esempio in nord Europa, dove gli standard di vità e di accoglienza sono migliori. Quasi tutti i ragazzi che abbiamo incontrato a via dei villini avevano provato ad andare in Svezia o in Norvegia, ad esempio, ma non c’è via di scampo, devono restare in Italia. Dal 2003 infatti è entrata in vigore la Convenzione di Dublino 2, che stabilisce che i profughi devono fare richiesta di asilo politico nel primo paese europeo nel quale sono entrati. Uno schedario europeo dove sono registrate tutte le impronte digitali dei richiedenti non permette di aggirare la legge. I più fortunati possono prendere un aereo e arrivare direttamente dal loro paese di origine a Stoccolma o a Oslo, ma chi non puo’ fare altro che muoversi via terra arriverà probabilmente in Grecia o in Italia, e lì deve rimanere. Ma l’Europa ha previsto tutto: per aiutare i paesi ad affiancare i profughi, esiste il fondo europeo per i rifugiati. Leggiamo sul sito del ministero dell’interno che tale fondo ha come “obiettivo finale quello di creare un sistema unico di asilo, improntato sul principio della parità di trattamento, che garantisca alle persone effettivamente bisognose un livello elevato di protezione, alle stesse condizioni in tutti gli Stati membri”. Da quello che ci raccontano i profughi andati in Scandinavia e poi rinviati in Italia, c’è ancora un gran lavoro da fare in Italia, eppure sono dieci anni che il nostro paese riceve fondi europei per i rifugiati. In totale più di 31 000 000 di euro sono stati incassati dallo stato italiano dal 2000, per “garantire alle persone un livello elevato di protezione”.

Tra le strutture adibite all’accoglienza dei profughi in Italia, c’è il villaggio degli aranci, a Mineo, in provincia di Catania. Un tempo alloggio per i militari americani della base NATO di Sigonella, il complesso oggi è proprietà dell’azienda edilizia Pizzarotti, che ha subito ribatezzato la caserma “villaggio degli aranci”, sperando cosi’ di attirare qualche turista interessato ad affittare le villette. Ma la Pizzarotti oggi ha trovato un committente ben più danaroso: il nostro governo. Il ministro dell’interno Maroni infatti, di concerto con il presidente del Consiglio Berlusconi, ha pensato bene di affittare il complesso e di trasformarlo in un centro per richiedenti asilo. I comuni limitrofi non sono proprio d’accordo, ma la Croce Rossa sta già arrivando, assieme a decine di soldati. Riaffiora dunque la caserma militare che si nasconde sotto al residence degli aranci. Più che a un centro di accoglienza, la mega struttura del Mineo assomiglierà ad un enorme ghetto, ultra-sorvegliato, da dove sarà molto difficile muoversi e intraprendere un percorso di nuova vità. Un fallimento già annunciato.

Ospiti della puntata:
Eleonora Troiani, ass. Somebody
Awais. ass.Somebody
Matteo Guglielmo
Alfonso Di Stefano

Passpartù è a cura di Marzia Coronati e Elise Melot
passpartu@amisnet.org

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One Comment;

  1. paulos said:

    yes what you said it is a true. but what we can do?
    we are powerless refugees if there is no justic it is a big problem
    rights less refugee
    paulos

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