Babush 22: c’è movimento in rete.

Questa settimana i percorsi metropolitani di Babush intrecciano il mondo della rete, per raccontare le proteste che in essa hanno luogo.

Restando dentro i confini nazionali non si può non notare come l’attivismo in rete vanti in italia una tradizione lunga e articolata, tradizione che parla il più delle volte il linguaggio dei centri sociali, veri e propri laboratori di sperimentazione che a partire dai primi anni novanta hanno sviluppato pratiche e tecnologie che avrebbero in parte contribuito a fare della rete un fenomeno di massa. I movimenti hanno rapidamente fatto della rete uno strumento di lotta oltre che di comunicazione. Presto si dotarono di propri server, in grado di offrire servizi con una particolare cura della privacy e dei diritti digitali. Numerosi sono stati i passaggi epocali che si sono dati in ambito di movimento rivelandosi poi precursori degli anni a venire. Un esempio tra tutti la nascita di Indymedia, nel 1999: la rete offre per la prima volta a tutti la possibilità di esprimere opinioni e costruire informazione in maniera libera e non filtrata. Se oggi, nell’epoca dei social network e del web 2.0, che consente un alto livello di interttività, in cui chi entra in rete non è necessariamente condannato a essere spettatore passivo, tutto questo può apparire lontano e persino ingenuo – la pretesa orizzontalità e “neutralità” della rete è ormai stata smentita dai fatti – è evidente che in quegli anni questi passaggi hanno costituito una vera e propria rivoluzione.
Le esperienze italiane hanno costituito un riferimento per molti attivisti in altri paesi, che hanno ripreso modalità di organizzazione come gli hacklabs, centri territoriali di attivismo telematico, aggregati generalmente intorno a centri sociali, e gli hackmeetings, incontri periodici in cui i vari laboratori condividono esperienze e pianificano strategie congiunte. Tra questi paesi la Spagna, con l’esperienza di hacktivistas.net. Come ci racconta Daniel, l’attività della rete che fa capo al sito hacktivistas.net ha concentrato negli ultimi due anni la propria attività intorno alla lotta per il copyleft e per il riconoscimento e tutela dei diritti nella rete.
Anche gli attacchi DoS, termine entrato nella comunicazione corrente grazie alla sigla Anonymous, firmataria di numerosi attacchi a siti istituzionali o di aziende private ritenute sanzionabili a causa delle proprie attività poco etiche (ad esempio Finmeccanica per le proprie relazione con il governo di Gheddafi), discendono direttamente da una pratica inaugurata da attivisti “nostrani”, il netstrike. Questa modalità di protesta consiste sostanzialmente nel darsi appuntamento in un determinato sito internet, cui vengono fatte tante richieste d’accesso da determinarne la caduta e il mancato funzionamento. un po’ come intasare le strade di una città bloccandone la circolazione e quindi la produzione.
Ma il web non è solo attivismo, naturalmente. Imprese e istituzioni si attrezzano per contrastare questi fenomeni di massa. In alcuni stati, tra cui Inghilterra e Stati Uniti, è già stato configurato il reato di “attacco informatico” e alcuni degli attivisti che hanno preso parte a queste proteste sono incappati nelle maglie della giustizia. Eppure, come fanno notare molti di essi, non c’è alcuna differenza tra bloccare un sito con un numero eccessivo di richieste e bloccare uno snodo stradale concentrandosi in qualche migliaia di persone, attività di per sè regolamentata e consentita.
Sta di fatto che la rete non smette di evolvere, come evolvono i comportamenti di quanti la attraversano. E’ sotto gli occhi di tutti come sia stata uno strumento fondamentale per la riuscita delle sollevazioni nel nord africa, dove le proteste sono state in buona parte organizzate attraverso i social network. Non a caso i regimi hanno subito tentato, invano, di oscurare internet. Nella notte del 26 gennaio 2011 l’Egitto è stato il primo paese al mondo a tentare un distacco quasi completo dalla rete internet imponendo ai provider del paese l’interruzione dei servizi. Non senza qualche sorpresa.
Se nel mondo arabo internet sta dimostrando in modo clamoroso le sue potenzialità, anche in “occidente” la rete è diventata uno strumento fondamentale per la società civile – oltre che per i movimenti politici- modificandone abitudini e schemi organizzativi. Ormai non c’è una campagna che non preveda la pubblicazione di un blog e di una pagina facebook. Indirizzi email e testi di lettere precompilate da inviare per fare pressione su istituzioni o imprese attraverso il “mail bombing” sono ormai pratica comune, così come le petizioni online. Se da una parte la rete ha obiettivamente estenso dibattiti generalmente limitati alla ristretta cerchia degli attivisti e consentito di contattare e sensibilizzare sempre più persone con costi e sforzi sempre minori, l’altra faccia della medaglia sta nell’ illusione “di aver fatto la propria parte” che può nascere in chi firma una petizione online o esprime apprezzamento ad una causa su un social network. Il rischio, concreto, è che un numero crescente di persone non sia affatto spronata a vincere le proprie resistenze partecipando a proteste “reali”, limitandosi sempre più ad esprimere la propria posizione tramite un click dal salotto di casa propria. sembra chiaro che perchè una mobilitazione abbia effetto c’è bisogno di qualcosa di più, c’è bisogno, per così dire, di sporcarsi le mani.

Ospiti della puntata:

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