Tunisia: ancora non c’è spazio per nuovi media

Fahem Boukkadous è un giornalista televisivo tunisino arrestato più volte durante il regime di Ben Alì per via dei suoi reportage di denuncia. L’ultima volta che è entrato in cella è stato nel luglio del 2010 con una condanna a 4 anni di carcere e l’accusa di attività sovversiva. Colpevole di aver coperto la rivolta mineraria che nel 2008 attraversò per sei mesi la zona di Gafsa, Boukkadous è stato liberato dopo la fuga di Ben Alì. Ai nostri microfoni racconta il suo punto di vista sulla rivoluzione tunisina e soprattutto sul panorama mediatico.
“E’ chiaro che la libertà di espressione, la libertà di stampa è il primo risultato di questa rivoluzione. Ma per noi giornalisti la situazione della stampa non è cambiata totalmente …come vorremmo. Ci sono decine di giornalisti che hanno fatto richiesta per l’apertura di nuovi media, giornali, radio, televisioni, ma per il momento non sono ancora riusciti ad ottenerli. Le autorità non hanno dato risposte. E’ vero che gli ex giornali e tv di regime sono cambiati, si sono aperti, ma è anche vero che si tratta degli stessi giornalisti di prima. Per cui è una situazione scivolosa siamo sempre di fronte ai giornalisti populisti di un tempo. E’ per questo che con un gruppo di giornalisti indipendenti che hanno lottato durante gli anni della dittatura contro il regime, abbiamo fondato un’organizzazione che si chiama il popolo di tunisi per la libertà di stampa. Quello che chiediamo è la nascita di nuovi media perché non abbiamo fiducia in quelli attuali.”
Nel 2010, durante il regime di Ben Alì, lei è stato condannato a 4 anni di carcere a causa dei suoi reportage sulla rivolta mineraria che è esplosa nel 2008 nella regione di Gafsa

“Nel 2008 sono stato l’unico giornalista sul posto a Gafsa, per coprire le grandi manifestazioni che chiedevano diritti, lavoro e uno sviluppo autentico della regione. Durante i giorni della rivolta di Gafsa sono stato più volte aggredito e più volte mi sono stati sequestrati video, foto e mezzi. Ma ho continuato. E non è solamente perché sono giornalista ma perché ero legato a quelle rivendicazioni, alla gente che le faceva. Le immagini che ho girato sono finite sui media internazionali. Il regime non ha gradito questa copertura mediatica e sono iniziate le persecuzioni giudiziarie. Il 5 luglio del 2008 sono stato costretto ad entrare in clandestinità. Ho vissuto mesi e mesi lontano dalla famiglia, da mia moglie e dal mio lavoro. Sono uscito dalla clandestinità nel 2009 e nel 2010 è arrivata la condanna a 4 anni di carcere. Prima di entrare in cella però, il 25 luglio scorso, è venuto da me un delegato del governo. Mi hanno proposto la grazia in cambio delle scuse ufficiali che avrei dovuto presentare a Ben Alì. Ho rifiutato e sono entrato in carcere. Ora solo grazie alla rivoluzione sono di nuovo libero. Ora non ho un lavoro fisso ma quello che voglio è continuare a lottare con i giornalisti e con tutte le componenti democratiche e progressiste di questo paese per arrivare ad una Tunisia veramente democratica e popolare. C’è tanto da fare ancora per cambiare il sistema.”
Nei sei mesi che ha passato in carcere ci sono stati momenti difficili. Lei ha intrapreso uno sciopero della fame per denunciare le condizioni di detenzione e la mancanza di cure appropriate vista la sua situazione di salute.

“Non era la prima volta che mi trovavo in carcere. Nel 1999 ho passato 17 mesi in cella per la pubblicazione di un documento che si chiamava “le famiglie che strangolano la Tunisia”. Questa volta  si può dire per ciò che ero preparato. Mi sentivo pronto a resistere. E poi questa volta a darmi sostegno sono stati anche gli altri detenuti, gente che era n carcere per reati comuni, ma che mi conosceva per via dei miei lavori di denuncia sulla disoccupazione sui diritti delle persone e delle donne. Sono loro in carcere che mi hanno dato sostegno, che mi informavano e mi esprimevano solidarietà e sono le stesse persone emarginate di cui parlavo nei miei reportage. La detenzione certo non è stata facile. Sapevano del mio precario stato di salute, dell’asma in particolare e hanno usato tutti i mezzi per rendermi la vita in carcere più difficile, e far peggiorare le mie condizioni. Ci sono stati giorni in cui ho pensato veramente che sarei morto dietro le sbarre. Ma allo stesso modo sono stato sempre ottimista; spinto a resistere e sicuro che questo regime sarebbe crollato. Che il popolo tunisino avrebbe finalmente trovato la libertà.”
E alla fine Ben Alì è crollato. Grazie anche alle lotte condotte da attivisti avvocati giornalisti studenti e gente comune che si è battuta per far emergere la realtà del paese.

“Sì e come ho detto anche ad altri, grazie anche al sostegno che abbiamo ricevuto da fuori. La rivoluzione non è solo la nostra ma è anche la vostra. Per questo dico che i giornalisti devono continuare, devono rimanere in contatto, devono lottare insieme. La battaglia per la libertà di stampa, per la libertà di espressione è una battaglia di tutti i giornalisti del mondo. “

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