Migranti tunisini: dietro le sbarre senza reato

Dopo l’invasione di un gruppo di attivisti nel centro di identificazione ed espulsione di  Bologna, una delegazione ha effettuato una visita formale al centro. Dei cinquanta reclusi nella sezione maschile, quarantacinque sono giovani di origine tunisina arrivati in questi giorni. Sono molto confusi e si chiedono perchè si trovano dietro le sbarre pur non avendo commmesso nessun reato.
Neva Cocchi, dello spazio occupato Tpo di Bologna, il primo marzo ha partecipato all’occupazione del centro di identificazione ed espulsione di via Mattei, un’azione che aveva come obiettivo quello di denunciare l’esistenza di queste strutture, definite dai manifestanti “galere per persone che non hanno nessun precedente penale”.
A seguito dell’iniziativa, che ha scatenato una rivolta dei reclusi, una delegazione ha fatto visita al centro. Insieme a un avvocato e a due consiglieri regionali, era presente anche Neva. “Prima di tutto sono rimasta colpita dalla struttura, organizzata come un vero e proprio carcere” racconta ai nostri microfoni “ci sono gabbie, muri di cemento, filo spinato. E’ un bunker di massima sicurezza presidiato 24 ore su 24 dalle forze di polizia. Là dentro tutto è di cemento armato”.
Dei cinquanta reclusi nella sezione maschile, 45 erano giovan di origine tunisina. Recentemente sbarcati sull’isola di Lampedusa, i ragazzi sono stati smistati nei diversi centri di accoglienza del paese e dopo poco ulteriormente trasferiti nel centro di identificazione di via Mattei. Non hanno ricevuto nessuna informazione rispetto alla loro posizione giuridica, al loro destino e alle motivazioni per cui oggi si trovavano all’interno di una struttura che è in tutto e per tutto uguale a un carcere. “Abbiamo incontrato persone disperate, molto agitate per il fatto di ritrovarsi in un Cie. Ci hanno detto di essere scappate dopo avere lottato contro la dittatura di Ben Alì, per cercare pace e libertà, invece ora si sono trovate dietro le sbarre. Si chiedono perchè, dal momento che non hanno precedenti penali” continua Neva.
La delegazione ha constato che i nuovi arrivati hanno molta confusione riguardo ai loro diritti e alla loro condizione giuridica. “Le persone non riescono a ricevere informazioni, vengono spostate come pacchi. Lo stato italiano non vede l’ora di sbarazzarsene, per questo si trovano rinchiusi nei centri di identificazione ed espulsione, da cui saranno rilasciati con un decreto di allontanamento nel territorio italiano”.
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