Quando la Banca è fossile

A livello internazionale si propone come il soggetto più idoneo a finanziare investimenti rinnovabili e per la lotta ai cambiamenti climatici. Nei fatti però la Banca Mondiale continua a dedicare la maggiorparte delle proprie risorse ai combustibili fossili. Nel 2010 a progetti per i combustibili fossili sono andati circa 6,6 miliardi di dollari, il 116% in più rispetto all’anno precedente e lo scorso aprile la Banca ha staccato un assegno da 3,7 miliardi di dollari per la mega centrale a carbone di Medupi, in Sudafrica. L’impianto una volta realizzato genererà circa 30 milioni di tonnellate di CO2 all’anno conquistando un posto di tutto rispetto nella classifica delle centrali più inquinanti al mondo. Un progetto che avrà pesanti impatti ambientali anche sulle regioni limitrofe prevedendo l’apertura di 40 nuove miniere di carbone nell’Africa del sud. Il 1° marzo per denunciare i finanziamenti inquinanti della Banca sono previste una serie di azioni di fronte alle sue sedi dislocate. A Roma, Washington, Londra, Parigi, Berlino e Madrid ambientalisti e attivisti si sono dati appuntamento per chiedere uno stop ai finanziamenti per petrolio, carbone e gas. L’obiettivo è anche quello di smascherare il ruolo esercitato dalla Banca nel corso delle trattative internazionali sui cambiamenti climatici. Alle conferenze internazionali delle Nazioni Unite sul clima, la Banca Mondiale si propone con sempre maggiore insistenza come l’unico organo in grado di gestire i miliardi di dollari che saranno necessari per contrastare gli impatti dei cambiamenti climatici e promuovere l’accesso alle rinnovabili nei paesi in via di sviluppo. “Il problema” spiega Elena Gerebizza della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale “è che l’istituto è controllato principalmente dagli Stati Uniti e dai governi europei, e non offre garanzie di decisione e verifica sugli investimenti da parte dei paesi del sud. Inoltre affidare alla Banca la gestione di fondi sul clima significherebbe accettare l’idea che questi soldi siano concessi sotto forma di prestito”. I paesi poveri si troverebbero a quel punto a dover ripagare le economie più ricche dei soldi ricevuti per far fronte ad un problema creato dagli stessi paesi industrializzati.

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