Bologna: attivisti “violano” il CIE

Nella mattinata del primo marzo, in attesa delle manifestazioni che nel pomeriggio attraverseranno tutto il paese, gli attivisti del TPO, spazio occupato di Bologna, sono riusciti ad entrare nella prima cerchia di recinzioni del locale CIE, situato nella periferia della città.

L’iniziativa, dall’altissimo valore simbolico, valore che va oltre la semplice attestazione di solidarietà – gli attivisti hanno esposto i propri corpi alle manganellate della polizia, rischiato la propria libertà, condividendo, in parte, la sorte dei migranti rinchiusi nel centro – ha il merito di sollevare pubblicamente il problema dei Centri di Identificazione ed Espulsione. Infatti dei centri non si parla più, sono ormai entrati nella normalità della vita delle nostre città. La speranza di quanti si sono mobilitati stamattina a Bologna è che si esca da questa presunta normalità, che si torni a mettere in discussione gli abusi che nei centri vengono sistematicamente commessi.

Tra l’altro, ci racconta un attivista, il CIE di Bologna è oggi pieno di persone che provengono dal nord Africa e che dopo essere approdate nel nostro paese in fuga da guerre e repressioni selvagge, proprio non riescono a capire perchè vengano richiusi in una galera. Non è un caso che i migranti imprigionati abbiano risposto alla sollecitazione venuta dall’esterno incendiando materassi e inscenando a loro volta una protesta. Ora, naturalmente, si temono le rappresaglie da parte della polizia, che già nel corso della mattinata non ha lesinato manganellate per sedare la rivolta interna e contenere la spinta esterna. Mentre scriviamo una delegazione composta da un avvocato, un’attivista del TPO e due consiglieri regionali, sta visitando il centro per verificare le condizioni dei migranti.

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