Rifugiati politici: il dramma di via dei Villini

Sono oltre cento i rifugiati politici che occupavano l’ex-ambasciata somala di Roma che sono stati sgomberati e abbandonati in strada. Lo sgombero è avvenuto a seguito di una violenza sessuale avvenuta all’interno dello stabile. Gli abitanti avrebbero avuto diritto all’accoglienza nel nostro paese, ma per anni le istituzioni non si sono prese carico di loro. Ora il sindaco Gianni Alemanno chiede l’espulsione collettiva per tutti.
La vicenda ha avuto inizio anni fa, quando l’ambasciata somala cessò di funzionare e i suoi impiegati lasciarono la sede: un elegante stabile nel cuore della capitale.  Fu allora che i profughi di origine somala che arrivavano nella capitale, richiedenti asilo o già rifugiati politici, iniziarono ad essere ospitati nell’ex rappresentanza diplomatica. Da momentaneo punto di appoggio per poche persone, l’ambasciata, che mano a mano diveniva sempre più degradata, si trasformò in rifugio per decine e decine di uomini in fuga dalla Somalia. Molti di loro raccontano di avere ricevuto l’indicazione di andare a via dei Villini sin dai luoghi in cui sbarcavano, in Sicilia o in Puglia. Una situazione insostenibile, di cui si sarebbe dovuta fare carico l’amministrazione comunale, oltre che le autorità somale e il ministero degli interni.
Al momento dello sgombero, avvenuto il 26 febbraio, nel villino abitavano circa 140 persone. Tutti rifugiati politici o in protezione umanitaria, tutti aventi diritto a un percorso di accoglienza e integrazione nel nostro paese. L’unica cosa che avevano trovato invece era uno stabile senza luce nè acqua, con stanzoni in cui si dormiva a decine, su vecchi materassi, con condizioni igieniche e sanitarie a dir poco precarie. Pochi giorni prima della vicenda dello stupro, Amisnet aveva visitato lo stabile e parlato con gli occupanti. Alcuni di loro hanno raccontato di avere tentato fortuna altrove, nell’Europa del nord, ma di essere stati costretti a tornare in Italia a causa della Dublino 2, la legge europea che obbliga il richiedente asilo a inoltrare la sua domanda nel primo paese europeo in cui giunge.
Sembrava un buco nero, l’ex-ambasciata. Un luogo non luogo, dove i giovani arrivavano in buone condizioni per uscirne in pessime. In quel posto, dove entravano solo poche associazioni di volontariato, la notte tra il 25 e il 26 febbraio si è perpetrato uno stupro a danno di una ragazza di diciotto anni. “Una tragedia annunciata” ha dichiarato Zeinab Ahmed Barahow, presidente dell’associazione Donne somale in Italia. A seguito della denuncia della giovane, la sera del 26 febbraio un imponente spiegamento di forze della polizia ha effettuato lo sgombero, abbandonando i rifugiati in mezzo alla strada. Alcuni si sono radunati in piazza della Croce rossa, a poche centinaia di metri dall’ex-ambasciata, altri hanno cercato ricovero nelle stazioni della metropolitana, aperte per l’emergenza freddo. “Dopo lo sgombero sono stati braccati dalle forze di polizia che non permettevano loro di stazionare in nessuna area, senza che venisse predisposto dal Comune e dalla altre istituzioni, un minimo piano di accoglienza in qualche struttura” raccontano i volontari di Medici per i diritti umani, una delle associazioni che si è battuta in questi mesi per i diritti di queste persone “tutto ciò non può non sembrare una sorta di punizione collettiva per delle colpe, se pur gravi, commesse solo da alcune persone, probabilmente già identificate e detenute presso la Questura di Roma”.
“Sono tutti con il morale a terra. Alcuni hanno problemi seri di salute, un ragazzo ad esempio è in terapia per la tubercolosi. Alcuni addirittura hanno affermato di voler tornare in Somalia” raccontava un giornalista da piazza della Croce Rossa la sera del 26 febbraio “si chiedono perché devono essere tutti colpevolizzati, considerato che hanno già individuato gli autori dello stupro, e che loro stessi hanno chiamato la polizia e stanno testimoniando nelle indagini”.  Insomma, la risposta non può essere la repressione, denunciano le associazioni, che individuano la garanzia di sicurezza di una città in una efficace politica di accoglienza e integrazione.
Il 27 febbraio i rifugiati politici, assieme ad alcune associazioni per i diritti umani, hanno fatto un presidio davanti al Campidoglio. Il Comune ha concesso loro l’accoglienza all’interno delle strutture predisposte per l’emergenza freddo per un mese. Poi si vedrà.
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