Haiti: la ricostruzione fatta dagli altri

A più di un anno dal terremoto di Haiti, il paese è ancora allo sbando. La ricostruzione va avanti a rilento, una violenta epidemia di colera ha colpito migliaia di persone e la situazione politica è più che mai instabile. “Il problema è che il nostro paese non è governato dagli haitiani, ma è nelle mani della comunità internazionale” spiega Evel Fanfan, avvocato e presidente dell’associazione haitiana Action des unités motivées pour une Haiti de droit (Aumohd), in questi giorni in visita in Italia.

Più di un anno fa, a gennaio del 2010, un terremoto colpì Haiti, causando 230 000 morti, 300 000 feriti e un milione e mezzo di sfollati. Se è vero che il sisma fu molto violento, è anche vero che moltissime vite avrebbero potuto essere salvate, se le costruzioni fossero state anti-sismiche. Tutto il pianeta, in prima fila gli Stati Uniti, volle allora mostrare la sua solidarietà con il paese caraibico: furono inviate tonnellate di aiuti, la comunità internazionale promise di ricostruire il paese, Bill Clinton fu nominato ambasciatore Onu per Haiti e coordinatore, insieme all’ex presidente americano George W. Bush, degli aiuti umanitari per l’isola. “Gli haitiani sono stati lasciati fuori dalla ricostruzione” raccontava qualche settimane fa ai nostri microfoni Alessandro Demarchi, autore di un libro sul fallimento dell’umanitario ad Haiti “ancora una volta la storia di questo paese non viene fatta di suoi abitanti”.

La presenza della comunità internazionale ad Haiti non risale solo al 2010 e non è fatta di soli aiuti umanitari. La sua storia è una storia di perenne colonizzazione. Nonostante sia stato il primo paese a rendersi indipendente – con la rivolta degli schiavi del 1804, che costrinse l’armata francese di Napoleone a lasciare la colonia allora chiamata Santo Domingo – negli anni Haiti ha subito forti pressioni da parte della comunità internazionale. Alla sua dichiarazione di indipendenza, gli stati colonizzatori e schiavisti tremarono, temendo un contagio della ribellione. La comunità internazionale iniziò a tenere sotto controllo l’isola. Dal 2004 la Minustah, la Missione delle Nazione Unite per la stabilizzazione in Haiti, controlla il territorio con circa 9000 militari e poliziotti dell’ONU. Il Consiglio di Sicurezza ha deciso di formare questa missione quando l’allora presidente Jean-Bertrand Aristide, dopo mesi di scontri con i ribelli, subì un colpo di stato che lo costrinse all’esilio. Aristide aveva vinto le elezioni nel 2000 con il 93% dei voti, ma solo il 5% degli elettori si era recato alle urne; il ruolo degli Stati Uniti e della Francia in questa vicenda è ancora da chiarire. Dopo il colpo di stato, il potere venne messo nelle mani di Boniface Alexandre, fino a quel momento presidente della Corte Suprema. Alle elezioni convocate due anni dopo vinse René Préval, al potere fino al 2010.

In questi giorni gli haitiani sono stati chiamati di nuovo a votare: i risultati del primo turno, tenutosi a fine novembre scorso, sono stati resi noti solo in questi giorni. Il 20 marzo prossimo si terrà il secondo turno, che oppone Mirlande Manigat a Michel Martelly, un cantante noto come “Sweet Mickey” che intende sviluppare il turismo sull’isola e mettere fine alla disoccupazione giovanile. Da parte sua, Mirlande Manigat vuole finire con la corruzione e puntare sull’educazione. Chiede anche il ritiro progressivo della Minustah, che definisce “forza di occupazione” e che critica fortemente per la brutalità che la missione ha più volte dimostrato affianco alla polizia haitiana. In questo contesto politico e sociale teso il 7 febbraio scorso Jean-Claude Duvalier, ancora chiamato “Baby Doc”, didattore del paese dal 1971 al 1986, ha deciso di tornare sull’isola, dopo 25 anni di esilo in Francia. Aveva sostituito alla testa del paese suo padre, François Duvalier, “Papa Doc”, rimasto al potere dal 1957 al 1971. Il 16 gennaio scorso, Jean-Bertrand Aristide aveva fatto altrettanto, lasciando il suo esilio sudafricano nonostante le pressioni internazionali.

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