La cultura strangolata

Il 22 dicembre scorso hanno invaso a suon di musica il Teatro Valle di Roma;  il 18 gennaio, sempre nella capitale,  hanno occupato e riaperto per alcune ore lo storico cinema Metropolitan e il 4 febbraio hanno preso di mira il teatro dell’Opera, presidiandolo per qualche minuto durante la prima di “Elisir d’amore”.  A chi del pubblico non ha gradito l’invasione gli è stato risposto: “non stiamo impedendo lo  spettacolo. Con i tagli alla cultura, se non si fa nulla, non è detto che l’anno prossimo potrete andare al teatro, saranno tutti chiusi”.

Loro sono i precari della cultura: gli artisti che vediamo sul palco, i musicisti, gli attori, i ballerini ma anche chi dietro alle quinte permette lo svolgersi degli spettacoli,  a partire dai tecnici, e dalle case editrici. “Visto come è strutturata la nostra professione, siamo sempre stati poco organizzati”, racconta Ilenia Caleo, della Rete dei precari della cultura.  “Con le proteste degli studenti e di altri settori a dicembre, ci siamo ritrovati e abbiamo deciso di intraprendere questo percorso, perchè i tagli alla cultura avvenuti negli ultimi anni fanno morire il settore”. “Oggi in Italia, il 0.21% del PIL va alla cultura” continua Ilenia Caleo, “mentre in Francia e in Germania al settore va il 2.20% del PIL”. I governi hanno giustificato i tagli con la crisi, ma per i lavoratori della cultura questo raggionamento non regge. Per uscire della crisi, sottolineano, bisogna proprio investire su cultura e ricerca. I risultati si fanno sentire: meno film ed opere teatrali in preparazione e teatri che puntano su nomi ben conosciuti piutosto che sulla ricerca e l’innovazione. Oggi è l’insieme del settore culturale che si strappa i cappelli alla ricerca di soluzioni per sopravvivere e i colpi di scena non mancano. Poco tempo fa, in una lettera inviata ad Angela Merkel, il direttore del Museo d’arte contemporanea di Casoria, in Campania, ha chiesto asilo politico alla Germania per se stesso, i lavoratori del museo e l’insieme della collezione.

I precari sono in lotta per chiedere di fermare il massacro culturale. Ma hanno anche delle proposte, a partire dalla necessità di rivedere il sistema di distribuzione dei fondi, dare una mano ai lavoratori, considerando la particolarità di un settore di lavoro caratterizzato dall’intermittenza. “In passato abbiamo lanciato segnali d’allarme. Ora puo’ anche sembrare troppo tardi ma non ci arrendiamo”, conlude Ilenia Caleo.

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