Lampedusa: conflitto tra il comune e Askavusa intorno al museo delle migrazioni

Lo scorso settembre, un incendio dolosso trasforma in fumo e cenere la discarica di Lampedusa. Oltre ai danni ambientali e alle possibili ripercussioni sulla salute dei lampedusani le fiamme hanno portato alla scomparsa di un importante patrimonio dell’isola. La discarica veniva anche chiamata “cimitero delle barche”, perché li’ venivano ammucchiate le barche sequestrate ai migranti, dopo esser state utilizzate per attraversare il canale di Sicilia e raggiungere l’isola. Prima dell’incendio, i membri dell’associazione lampedusana Askavusa avevano iniziato a recuperare dalla discarica le preziose testimonianze del passaggio dei migranti: lettere, corani, vestiti, foto, ma anche pezzi di legno colorato, resti delle robuste barche. Alcune imbarcazioni erano ancora in buono stato e l’associazione aveva chiesto al comune di poter prenderne una per poterla esporre insieme agli altri oggetti in un futuro museo delle migrazioni. “Il comune non ci ha mai risposto” racconta in un video Giacomo Sferlazzo, membro di Askavusa, “la discarica è andata in fumo e ora lo stesso comune si è appropriato del progetto di museo senza dirci o chiederci nulla”. Recentemente l’assessore alla cultura del comune di Lampedusa ha annunciato l’intenzione della giunta di costruire un museo delle migrazione sull’isola. Il progetto è molto simile a quello che l’associazione Askavusa aveva comunicato al comune per chiedere una barca. “Lo stesso assessore” spiega Sferlazzo “aveva chiesto al governo il permesso per costruire sull’isola un Casinò, precisando che si sarebbe trattato di un “risarcimento” per i danni all’immagine dell’isola causati dall’immigrazione. Com’è possibile che poco tempo dopo annuncia di voler fare un museo?”. Intanto, l’associazione ha lanciato un appello per tradurre in italiano le lettere raccolte scritte probabilmente in arabo o ancora in tigrigno.

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