Tunisia: rivolta fragile

Sono passate meno di tre settimane dalla fuga precipitosa di Ben Alì e le sorti della rivolta in Tunisia rimangono incerte. Il governo di transizione guidato da Mohammed Ghannouchi e rimaneggiato la scorsa settimana continua ad essere oggetto di critiche e denunce da parte di manifestazioni di strada, ma il suo principale problema sono le lotte intestine tra la corrente più moderata e i reazionari. Tra gli episodi più significativi l’occupazione, lo scorso martedì, del Ministro degli Interni da parte delle forze di sicurezza, dominate ancora dai fedelissimi del vecchio regime. Il nuovo ministro degli interni Farhat Rajhi, entrato nelle fila del governo dopo il rimpasto del 27 gennaio, ha dovuto abbandonare il suo ufficio sotto scorta perché minacciato da oltre 2 mila agenti che, armi in pugno, avevano fatto irruzione nel palazzo. Una prova di forza causata dalla decisione dello stesso ministro  di creare una commissione di inchiesta sugli abusi commessi dalle forze di sicurezza e di licenziare una trentina tra gli agenti più compromessi. “C’è ancora una guerra molto violenta all’intero del potere e a tutti i livelli dell’istituzione” commenta Omeyya Seddik, che è tornato in Tunisia dopo un lungo periodo vissuto tra Francia e Italia e che sottolinea come molti degli uomini ancora fedeli al presidente in esilio si trovino nell’apparato di sicurezza. “Un apparato enorme, che si difende provocando da un lato incidenti di vario tipo per le strade e dall’altro sostenendo di essere l’unica forza in grado di garantire la sicurezza all’interno del paese”.
Mentre nei palazzi si gioca un’autentica lotta per la sopravvivenza, il popolo che ha animato la rivolta appare deciso a non lasciare le strade. “Ogni giorno” racconta Omeyya Seddik “vengono organizzate manifestazioni di diverso tipo per chiedere che il cambiamento di sistema venga portato a termine;  le sedi dell’ex partito di Ben Alì vengono occupate e i palazzi istituzionali presi di mira”.  Il ritorno di molti esuli e l’apertura di spazi all’interno di radio, giornali e televisioni alimenta un dibattito politico inimmaginabile prima della rivolta. “La gente è ancora stupita dell’atmosfera che si respira. Siamo in un periodo molto paradossale  e allo stesso tempo estremamente fragile. Questa insurrezione non è assolutamente finita”.
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