Passpartù 15: la diaspora tunisina racconta Ben Ali

In questi giorni, da questa parte del Mediterraneo, stiamo seguendo con molto interesse le rivolte tunisine che hanno portato alla fuga di Ben Ali, il dittatore che era alla guida del paese da 23 anni. Negli anni scorsi, la situazione politica del paese nord-africano è stata la causa della fuga di numerose persone. Questa settimana abbiamo deciso di raccontarvi le storie della diaspora tunisina in Italia e in Francia.

Era l’inverno del 2009. Quasi un migliaio di migranti tunisini, rinchiusi nel centro di prima accoglienza di Lampedusa, davano fuoco alla struttura e occupavano le vie dell’isola. I giovani denunciavano la loro condizione: rinchiusi illegalmente da settimane in un centro che avrebbe dovuto ospitarli solo qualche giorno, molti di loro avevano saputo che a breve sarebbero stati rimpatriati in Tunisia, più avanti torneremo a parlare di loro. Sempre in quei giorni il nostro Ministro dell’interno Roberto Maroni si recava a Tunisi per rilanciare la collaborazione nelle procedure di rimpatrio, una collaborazione iniziata nel lontano 1998, siglata da un accordo bilaterale Italia-Tunisia che portava la firma di Giorgio Napolitano, allora Ministro dell’Interno. Un ennesimo accordo per cercare di facilitare le procedure di riammissione dei migranti tunisini che raggiungono le coste italiane, ma anche per stabilire in che modo finanziare il sistema “anti immigrazione clandestina”. Crediti per lo sviluppo, finanziamenti alla polizia tunisina per il controllo delle coste, accordi sull’occupazione dei lavoratori stagionali. La collaborazione Tunisia – Italia nel contrasto dell`immigrazione clandestina è stata assunta per lungo tempo come un modello da seguire. A partire da quegli accordi la Tunisia si è dotata di numerose strutture di trattenimento coatto. Da allora ben tredici centri di detenzione per stranieri venivano costruiti in territorio tunisino: uno di essi nei dintorni di Tunisi, un altro tra Gabès e il confine libico, mentre l`ubicazione degli altri undici è sempre stata mantenuta segreta dalle autorità tunisine. Più organizzazioni hanno denunciato l’esistenza di queste strutture segrete, come Kamel Belabed, portavoce del collettivo delle famiglie di harraga algerini scomparsi in mare. Qualche mese fà, ad agosto del 2010, Kamel Belabed dichiarava al giornale algerino El Watan che 300 harraga algerini erano detenuti in questi centri tunisini, dopo essere stati arrestati dalla polizia nelle acque territoriali tunisine, nel tentativo di raggiungere le coste italiane. Gli accordi con la Tunisia furono un’esperienza pilota per la esternalizzazione della detenzione amministrativa dei migranti irregolari nei paesi di transito, una anticipazione delle politiche di esternalizzazione dei controlli di frontiera,che l`Unione Europea adotterà a partire dal 2004 con le missioni congiunte dell`agenzia Frontex in altripaesi del nord-Africa, come la Libia.

Quelle misure però non sortirono l’effetto sperato dal governo italiano, anzi. Dalla Tunisia continuavano e contuinuano ad arrivare migliaia di persone, agirando e sfidando ugualmente la sorte. Così in Italia il numero dei tunisini senza documenti è andato sempre più aumentando, come ci ha raccontato Nasser Hidouri, mediatore culturale e imam della moschea di San Marcellino. Scappato dalla Tunisia per essersi espresso contro il governo, Nasser è arrivato in italia venti anni fa, dove spie della dittatura lo hanno tenuto sotto controllo per molto tempo. Secondo l’imam, la rivolta tunisina a cui stiamo assistendo in questi giorni spingerà i giovani a tornare in Tunisia, perchè ora sarà possibile avviare un’impresa, un’attività, senza paura delle ritorsioni attuate dalla mafia tunisina.

La rivolta che da metà dicembre infiamma in Tunisia e che ha costretto Ben Ali a scappare non è la prima che ha conosciuto il paese in 23 anni di ditattura. Una delle più importanti degli ultimi anni è senza dubbio quella del 2008, a Redeyef, la cittadina del bacino minerario di Gafsa, a est del paese: qui il 5 gennaio del 2008 scoppia una rivolta, quel giorno erano stati resi pubblici i risultati della selezione dei nuovi lavoratori alla Compagnia dei fosfati di Gafsa -CPG-, l’unico datore di lavoro della regione. La popolazione lo considera fraudolento e in tanti – giovani, donne, disoccupati, operai – decidono di occupare il locale del sindacato, UGTT. Al centro della protesta la corruzione e il caro vita. In una regione con un altissimo tasso di disoccupazione (30%), avere un posto alla CPG, nelle miniere, è un previlegio. Il sindacato UGTT, più che essere un difensore dei lavoratori, gioca un ruolo importante nel mantenere gli equilibri corrotti. Con il passare del mese, tutte le categorie sociali del paese, dai giovani laureati disoccupati ai piccoli commercianti, entrano nella lotta. Questa storia è stata raccontata in un bell’articolo di Karine Gantin e Omeyya Seddik, pubblicato su Le Monde Diplomatique di luglio del 2008. Gli autori commentarono allora che “la rivolta di Redeyef è il movimento sociale il più lungo, il più potente e il più maturo della storia tunisina recente”. La popolazione è infatti molto organizzata, ma deve fare i conti con la repressione dello Stato: due persone perdono la vita, tante vengono arrestate e torturate. A giugno del 2008, dei referenti sindacali, retenuti responsabili dalle proteste dalle autorità, vengono arrestati e messi in carcere. Fuori dalla Tunisia si formano dei comitati di sostegno ai rivoltosi di Gafsa. Noi abbiamo sentito Mouhieddine Cherbib, membro del comitato di sostegno con il bacino minerario di Gafsa, in Francia. Più membri del comitato sono andati dopo gli arresti dei sindacalisti a Gafsa e hanno sentito le loro mogli. Le loro testimonianze sono raccolte in un film: “le combat de la dignité“. Al centro del film e ad incarnare l’idea di corraggio c’è Leila Khaled, una donna di Redeyef. Decine di persone finiscono in carcere, centinaia di giovani di Redeyef fuggono in Europa. Dopo aver subito la repressione nel loro paese e affrontato il Mediterraneo, si ritrovano nel Cie di Lampedusa, proprio nel momento in cui per ordine del Ministro dell’Interno, in piena illegalità, le persone erano trattenute nel centro per mesi. Il resto della storia ci sembra di conoscerla: rivolta, incendio, processo ai migranti, etc. Ma l’odissea dei giovani di Redeyef non finisce qui. Partono per Nantes, una città della costa ovest della Francia, dove dagli anni ’70 si è stabilita una importante comunità di persone provenienti proprio da Redeyef. Arrivati in Francia, i giovani tunisini non hanno chiesto l’asilo politico, sia per poter tornare nel loro paese, sia per paura delle minacce che avrebbero potuto subire le loro famiglie rimaste in Tunisia. Cosi come in Italia, lo spionaggio dei tunisini in Francia, almeno fino a pochi giorni fa, era una pratica molto comune. La dittatura e la paura erano vive anche fuori dalla Tunisia. Ma adesso la speranza di una nuova vita, liera e democratica, si è acccesa anche da questa parte del Mediterraneo.

Ospiti della puntata:
Fulvio Vassalo Paleologo, Università di Palermo
Nasser Hidouri, Mediatore culturale e Imam della moschea di San Marcellino
Mouhieddine Cherbib, Comité de soutien au bassin minier de Gafsa
Françoise Thoumas, MRAP Nantes e Collectif de soutien aux tunisiens de Redeyef

Passpartù è un programma a cura di Marzia Coronati ed Elise Melot
La nostra mail: passpartu@amisnet.org

One Comment;

  1. helmi said:

    io sono di la goulette e questo personaggio(imed trabelsi) non doveva essere ucciso doveva essere giustiziato per i crimini che ha commesso nei confronti della popolazione tunisina e in particolare quella di la goulette invasa da questi imbecilli un appello a tutti i tunisini in italia in tunisia e nel mondo non siamo dei criminali come ben ali e la sua famiglia quindi niente regolamento di conti solo giustizia e se così non fosse allora faremo un altra rivolta una altra ancora e un altra ancora finchè il nostro popolo non avrà quello che desidera. Tunisia Libera

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