Tunisia: il potere scricchiola di fronte alle manifestazioni

Il presidente Ben Alì ha annunciato le dimissioni del governo e l’indizione di elezioni anticipate, ma è difficile capire se l’annuncio, fatto nel pomeriggio di venerdì, sarà sufficiente a placare il movimento che da 28 giorni scuote il paese. Intanto gli scontri proseguono.

“Non ce ne andremo fino a quando Ben Alì non avrà lasciato il potere!”. A Tunisi dalla mattina sono stati decine di migliaia i manifestanti scesi in piazza per reclamare la fine del regime ed esigere giustizia sui massacri compiuti nelle scorse settimane dalle forze dell’ordine. Alle 3 del pomeriggio un imponente corteo circondava ancora il ministero dell’interno, palazzo da cui sono partiti gli ordini per contrastare la rivolta che da 28 giorni scuote il paese. In città, le forze dell’ordine, secondo le varie testimonianze raccolte, avrebbero rispettato l’ordine di non aprire il fuoco contro i manifestanti ma i cortei sono stati duramente colpiti dalle cariche e dai lanci di lacrimogeni. Testimoni parlano invece di colpi di armi da fuoco sparati in alcune delle numerose altre città dove si è manifestato dalla mattina e in particolare dalla periferie di Tunisi, dove imponenti cortei si sono indirizzati verso il centro città. “In piazza a Tunisi” racconta Omeyya Seddik “c’erano veramente tutti, tanti giovani e persone di ogni estrazione sociale”. Gente, prosegue che ha mal digerito l’estremo tentativo del presidente Ben Alì di salvare la faccia con la decisione, annunciata ieri, di abbassare i prezzi dei generi alimentari di prima necessità. “Uno degli slogan più ripetuti questa mattina” racconta Omeyya” è stato: Il popolo non si compra con il pane il latte e lo zucchero… vogliamo che Ben Alì se ne vada”.

“E’ difficile capire che cosa succederà” dice Mohamed Abbou, avvocato in passato arrestato dal regime per la sua attività in difesa dei diritti umani. “La gente sembra determinata a non lasciare la piazza fino a quando Ben Alì non se ne sarà andato”. Nato spontaneamente quattro settimane fa, il movimento ha acquistato nel corso dei giorni sempre più coscienza della sua forza politica esprimendo la necessità di un cambiamento generale e la fine della corruzione di un sistema clientelare e repressivo. Al di là delle decisioni di Ben Alì, che appare sempre più indebolito, una delle maggiori preoccupazioni è però la reazione delle varie fazioni vicine al presidente. “Ci sono delle milizie che sono state costituite dalle famiglie al potere per difendere i loro beni” sottolinea Omeyya “Pezzi delle forze sicurezza particolarmente violenti sembrano prendere ordini direttamente da fazioni del potere”. A Tunisi alcuni manifestanti hanno preso di mira le abitazioni delle famiglie più potenti e in particolare del clan Trabelsi, che fa capo alla moglie di Ben Alì, Leila Trabelsi, attualmente rifugiatasi all’estero.

Resta sconosciuto, nel frattempo, il numero e le condizioni delle persone arrestate in queste settimane di scontri. Una rete di organizzazione non governative, tra cui Reporter sans frontieres e l’REMDH, ha denunciato la recrudescenza delle intimidazioni e degli arresti nei confronti degli avvocati. In un comunicato diffuso giovedì, si sottolineano in particolare i timori per le condizioni di detenzione e per le torture. “Chiediamo l’immediato rilascio di avvocati, sindacalisti, giornalisti, blogger e personalità politiche arbitrariamente arrestate” si legge. E tra le richieste figura anche quella dell’istituzione di una commissione indipendente di inchiesta per indagare sulle violazioni dei diritti umani, compreso i casi di esecuzioni sommarie.

Mentre a Tunisi continua a regnare l’incertezza, in diverse città europee sono state indette manifestazioni di solidarietà per il movimento. A Parigi un corteo è previsto domani alle 14, mentre a Roma è stato convocato un sit-in di fronte all’ambasciata tunisina a partire dalle 15.

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