Rivolte nel Maghreb: l’insolita eco mediatica

“Non sono poche le lotte nel Maghreb che sono morte di sfinimento perchè non le ha raccontate nessuno. Oggi invece i media internazionali non fanno che parlarne” . Sono le parole di Karim Metref, educatore e giornalista di orgine algerina che da dodici anni vive in Italia. Metref ha lasciato il suo paese dopo avere lottato a lungo insieme a molti suoi connazionali per la democrazia e la libertà. Le manifestazioni a cui ha partecipato rimasero inascoltate.

In Tunisia, gli anni scorsi, c’è stato una vera e propria insurrezione popolare nel bacino minerario di Gafsa. In Marocco, poche settimane fa, c’è stato il “Protest Camp” dei Saharawi di Laayoun, movimento pacifico represso selvaggiamente dalle forze dell’ordine. E poi ancora le proteste del popolo dei minatori di Radayef, in Tunisia, del 2008; l’insurrezione della Cabilia, in Algeria, durata due anni, dal 2001 al 2003,e costata centocinquanta morti. Tutte queste proteste non hanno praticamente avuto risalto mediatico.

Perchè allora queste proteste, sia quelle algerine che quelle tunisine, sono state seguite dai media internazionali sin da subito? Perchè si è riusciti anche a rompere quella censura che da anni isolava la Tunisia, permettendo addirittura a troupe televisive di trasmettere in diretta dai luoghi dove ci sono gli scontri? “I meccanismi della stampa internazionali sono ancora più impenetrabili delle vie di Dio” risponde Metref “Quello che posso dire è che mentre la protesta è vera, questo interesse della stampa internazionale mi sembra losco. Io ci vedo dietro un piano pronto da tempo, per il quale si aspettava soltanto una scintilla per dargli una sembianza di legittimità popolare. C’è una rottura dentro questi regimi,che sono ormai obsoleti e hanno raggiunto livelli di corruzione insopportabili per tutti, non solo per il popolo. Probabilmente qualcuno ha deciso che bisogna cambiare le cose. Speriamo in meglio”.

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