Tunisia ancora arresti e repressioni nonostante gli annunci del governo

Il primo ministro tunisino Mohamed Ghannouchi ha annunciato questa mattina l’intenzione del governo di liberare tutte le persone arrestate durante le rivolte che hanno attraversato il paese a partire dal 17 dicembre scorso. Nel corso di una conferenza stampa a Tunisi Ghannouchi ha anche informato i giornalisti della decisione di licenziare il ministro degli interni Rafik Belhaj e di creare un comitato di inchiesta sulla corruzione denunciata dalla organizzazioni non governative. Una duplice decisione con la quale il governo vuole mostrare un passo indietro dopo le tre settimane di violenta repressione nei confronti del movimento esploso a catena in molte città della Tunisia. La situazione nel paese rimane però estremamente tesa. In mattinata i medici dell’ospedale di Sfax, nell’est del paese, hanno indetto uno sciopero dando il via a una manifestazione di piazza. “30-40 mila persone si sono recate davanti alla sede del governatorato” racconta un abitante di Sfax che preferisce restare anonimo “Il corteo si è trovato di fronte ai militari ed è stato sciolto. Non sappiamo il numero di arresti e di feriti”. La cosa certa, prosegue il testimone “è che all’ospedale sono arrivate due persone ferite con colpi di arma da fuoco”. Proiettili sono stati sparati anche nel corso di una manifestazione a Tozeur, 150 chilometri a sud di Tunisi, dove il bilancio degli scontro con la polizia è di almeno 2 morti tra cui un professore universitario. Nel frattempo a Tunisi l’esercito è uscito dalle caserme per prendere il controllo della città dopo i violenti scontri che si sono verificati sopratutto in serata a Ettadamoun, zona periferica a circa 15 chilometri dal centro. Jeep e mezzi blindati della polizia hanno occupato le strade della capitale con l’obiettivo di impedire nuovi raggruppamenti, che però sono stati ugualmente organizzati in diversi punti della città. “Siamo in un sit all’interno del tribunale di Tunisi” racconta Mohamed Abbou, avvocato. “L’atmosfera che si respira è surreale, siamo tutti in attesa di capire se Ben Alì lascerà il potere oppure ci saranno nuovi massacri”. Rimangono sotto il copri fuoco dei  militari anche Kassarine e Thala, le due città dove nel fine settimana erano sorte le manifestazioni più imponenti e dove la repressione della polizia ha fatto decine di vittime. Diverse testimonianze hanno parlato della presenza, durante i cortei, di cecchini appostati sui tetti che avrebbero aperto il fuoco contro i manifestanti. E secondo la testimonianza dell’avvocato Abbou, i cecchini sarebbero ancora appostati a Thala per scoraggiare eventuali manifestazioni. “Facciamo appello alla polizia, per mettere fine a questi assassini contro la legge” dice Mohammed Abbou, che sottolinea l’assoluta perdita di credibilità del governo.

Con le dimissioni e l’annuncio di un’inchiesta il regime di Ben Alì, che occupa la presidenza della repubblica da 23 anni, sembra voler indirizzare un segnale alla comunità internazionale e in particolare al governo di Washington che ieri, per voce di un rappresentante del Dipartimento di Stato, ha criticato il governo di Tunisi sottolineando un uso sproporzionato della forza. Dopo un lungo silenzio si era espressa ieri anche l’Unione europea, con una dichiarazione del capo della diplomazia dell’Ue, Catherine Ashton, che ha chiesto il rispetto delle libertà fondamentali e l’immediato rilascio di giornalisti,  bloggers e avvocati arrestati nei giorni precedenti. Le autorità tunisine hanno in effetti predisposto la liberazione di alcune tra le decine di persone arrestate, e tra queste di due blogger e del rapper Hamada Ben-Amo, arrestato giovedì scorso e liberato già domenica. Ma in molti rimangono ancora nelle carceri e tra questi due giornalisti dell’emittente indipendente Radio Kalima: Nissar Ben Hassen, prelevato martedì, nella sua abitazione, da agenti della guardia presidenziale e Moez Jemai, in carcere dal 6 gennaio. In mattinata, secondo la denuncia di Reporters sans frontiers sarebbero stati arrestati anche Hamma Hammani, portavoce del partito comunista dei lavoratori e Mohamed Mzem, avvocato e di Monia Abid, insegnante.

Secondo l’avvocato Abbou è “difficile credere alla promessa che tutte le persone arrestate vengano liberate”. Rimane nel frattempo assordante il silenzio dei paesi che in questi anni hanno dato il maggior sostegno al regime di Ben Alì e in particolare dell’Italia che oggi annovera oltre 600 aziende nel paese e si attesta come secondo partner commerciale della Tunisia dopo la Francia. Occupato a condannare le violenze contro i cristiani copti d’Egitto il ministro degli esteri Frattini non ha lasciato che un piccolo spazio alle vicende tunsine esprimendo il pieno sostegno dell’Italia al regime di Ben Alì.  “Condanniamo ovunque le violenze” si legge in un’enigmatica nota della Farnesina del 10 gennaio scorso a proposito delle rivolte in Algeria e Tunisia, “ma sosteniamo governi che hanno avuto coraggio e hanno pagato con il sangue dei propri cittadini gli attacchi del terrorismo”.

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