Politiche agricole: il pomodoro non è un bullone

“Quello che è successo a Rosarno succede di norma al mercato mondiale del lavoro in agricoltura”. Lo sostiene Antonio Onorati, presidente di Crocevia. “Il lavoro bracciantile fa vivere le grandi aziende e di norma è un lavoro irregolare. Si va dal lavoro schiavo in Brasile al lavoro schiavo nel tavoliere delle Puglie”.
Secondo l’ong Crocevia, il modello agricolo dominante si tiene su un’idea sbagliata dello sviluppo agricolo: l’idea che produrre pomodori è uguale a produrre bulloni. Così si tagliano i costi del lavoro per restare sul mercato, mantenendo il lavoro in una situazione di illegalità. Basti pensare che il tasso di illegalità nel comparto agricolo è tre volte la media nazionale del lavoro sommerso in Italia.
L’Unione Europea è la prima potenza di esportazione di derrate alimentari trasformate e la prima importatrice mondiale di prodotti agricoli, per cui il suo comportamento si ripercuote sull’economia agricola di tutto il pianeta. Se l’agricoltura europea si concentra su pochissimi prodotti, a costi sempre più bassi, con politiche agricole di liberalizzazione dei mercati e di acquisizione dei prodotti a livello planetario, che è il bisogno fondamentale della grande distribuzione, hanno come risultato la distruzione dei sistemi agricoli locali, in particolare nei paesi poveri a deficit alimentare, dove i prodotti locali sono sempre di meno, costringendoli a importare di più e ad indebitarsi per avere prodotti alimentari a sufficienza.
“Noi sosteniamo la logica della sovranità alimentare, che significa politiche autonome che proteggono un modello agricolo basato sui bisogni del paese e sulla produzione interna e non sull’invasione dei mercati internazionali. Se il modello industriale fosse privato dei finanziamenti pubblici europei non sarebbe competitivo, bisognerebbe togliere all’industria e investire quegli stessi soldi sul mercato di piccola scala, sull’agricoltura familiare, obbligando però questa agricoltura a delle regole sostenibili e durevoli, senza rinunciare ai diritti del lavoro” conclude Onorati.
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