Cancùn: il clima visto da società civile e organizzazioni indigene

Si avvia verso la conclusione la Conferenza sui cambiamenti climatici dell’Onu iniziata il 29 novembre a Cancun, in Messico. La sessione plenaria, a cui è affidato il compito di giungere alle conclusioni, è stata aperta ufficialmente ieri, senza tuttavia che si siano sciolti i principali nodi del negoziato, finalizzato all’approvazione di un nuovo trattato internazionale sul clima in sostituzione del Protocollo di Kyoto. A meno di un giorno dalla conclusione non c’è ancora alcuna certezza sui limiti alle emissioni di gas serra per i paesi industrializzati e si dibatte ancora su quale debba essere la temperatura limite che il pianeta è in grado di sopportare. Gli allarmi lanciati dalla comunità scientifica rendono evidente l’urgenza di evitare che la temperatura globale aumenti di oltre 1 grado centigrado rispetto ai livelli pre-industriali. Molti paesi tuttavia spingono per innalzare il limite, e i conseguenti vincoli alle emissioni di gas serra, a 2° centigradi. Tra i pochi punti di consenso quello sul REDD, accordo per la protezione delle foreste e lo stop alle deforestazioni, che oggi sono responsabili di oltre il 20 per cento delle emissioni globali di CO2. Un accordo che prevede un complesso meccanismo ma che è fortemente contestato dalle organizzazioni indigene, giunte a Cancun con l’obiettivo di ottenere un riconoscimento al ruolo esercitato per millenni nella tutela degli Ecosistemi. “Stanno discutendo l’approvazione di un fondo internazionale per la tutela delle foreste senza considerare l’apporto delle comunità indigene o dei contadini” spiega Miguel Paracin del Coordinamento Andino di organizzazioni indigene. “Il bosco” incalza “non è solo un insieme di alberi è vita; è biodiversità. Quello che vogliono fare è utilizzare la crisi climatica per poter fare affari. Affari e contratti di cui benefcerebbero solo le grandi società a discapito delle popolazioni”. Non meno preoccupate le organizzazioni della società civile che lavorano sugli aspetti finanziari del futuro accordo sul clima e in particolare sul ruolo esercitato dalla Banca Mondiale, a cui già oggi è affidata la gestione di parte dei fondi destinati alla lotta ai cambiamenti climatici. “La Banca mondiale” sottolinea un comunicato della CRBM, la Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, “è dominata dagli interessi delle nazioni più ricche e delle loro multinazionali e continua a finanziare in maniera spropositata lo sfruttamento dei combustibili fossili. Solo nel 2010, a progetti per l’estrazione di gas e petrolio sono stati destinati 6,3 miliardi di dollari, un incremento di ben il 138 per cento rispetto allo scorso anno”. Indicata da più parti come uno delle istituzioni meglio attrezzate per gestire i miliardi di dollari necessari a fronteggiare la crisi climatica, la Banca Mondiale è al centro di una specifica campagna che ha come scopo l’esclusione dagli “affari” climatici: la World Bank out of Climate. Per ridurre le emissioni e consentire di prevenire i disastri del cambiamento climatico servono soluzioni diverse, in grado di rimettere le politiche pubbliche e forme democratiche di gestione al centro della discussione. “Strumenti come una tassa sulle transazioni finanziarie, una tassa sulle emissioni di carbonio o una conversione dei sussidi all’industria estrattiva” spiega Elena Gerebizza, membro di CRBM e presente a Cancun ” potrebbero già oggi fare la differenza”.

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