Passpartù 09: prigionieri nel Sinai

Dopo avervi portato la scorsa settimana nel deserto libico, il vostro settimanale si sposta in altri deserti, sulle tracce dei profughi nel Neghev di Israele e nel Sinai egiziano. Nel Neghev, il governo israeliano ha deciso di realizzare il primo carcere per stranieri del paese: la struttura dovrebbe sorgere nel deserto e potrebbe contenere circa 10 000 richiedenti asilo. Nel Sinai invece, in attesa di poter attraversare la frontiera e entrare in Israele, i profughi sono alla mercè dei passeurs.

Il Sinai è uno dei punti caldi dove, rischiando le loro vite, i profughi del Corno d’Africa e non solo cercano di entrare in Israele da l’Egitto. Secondo l’ACNUR, l’Alto Commissariato delle Nazione Unite per i Rifugiati, ci sono più di 100 000 rifugiati in Egitto. Altre fonti parlano di cifre molto più alte che vanno dai 500 000 a 3 milioni. Nel paese nord-africano arrivano profughi da oltre 40 paesi, ma soprattutto dal Sudan, dall’Iraq, dalla Somalia e infine dall’Eritrea. L’Egitto è firmatario della convenzione del 1951 per i rifugiati ma non ha mai elaborato una procedura per poter chiedere asilo, lasciando svolgere questo compito al ACNUR. Alcuni rifugiati rimangono in Egitto, mentre per altri è soltanto un paese di transito nel loro cammino, ad esempio verso Israele. Per spostarsi in questo paese è necessario attraversare il deserto del Sinai. Per farlo, ci si deve mettere nelle mani dei cosiddetti passeurs, beduini che sono si sono accaparrati questo affare da centinaia di migliaia di dollari. Sborsando cifre esorbitanti, i migranti possono arrivare in Israele, sempre che non vengono uccisi prima dai loro passeurs o dalla polizia egiziana. Attraversata la frontiera, saranno rinchiusi nel carcere di Kziot, nel deserto del Neghev, e rilasciati dopo un tempo variabile. Oggi ci sono circa 30 000 profughi in Israele, dove non esiste ancora una procedura chiara per chiedere l’asilo, nonostante anche questo paese, come l’Egitto, sia firmatario della convenzione di 1951 sui rifugiati.

A raccontarci la frontiera del Sinai è Kkajey, un ragazzo del Darfur incontrato nel parco Levinski di Tel Aviv. Lui ha intrapreso questo viaggio pericoloso due anni fa, e per fortuna non gli è successo niente di grave. Questa non era la prima tappa della sua fuga dal Darfur, la sua storia ci racconta gli spostamenti di popolazione in Africa, dovuti alle guerre e alla ricerca disperata di un asilo. Anche Roy Wagner, dell’organizzazione israeliana di appoggio ai lavoratori KavLaoved, ci racconta i percorsi dei profughi che sono arrivati nel paese medio orientale. Come ci ha detto un migrante incontrato li, anche questa testimonianza ci fa capire che “i profughi sono come il vento, vanno li dove possono scappare” .

La frontiera dell’Egitto con Israele è attentamente vigilata dall’armata egiziana che non esita a sparare sulla gente, ma non costituisce l’unico pericolo per i rifugiati. Troppe volte, vengono sequestrati dai loro passeurs fino a quando i loro familiari non gli inviano i soldi richiesti. I maltrattamenti che ricevono i profughi nel deserto egiziano sono ormai ben conosciuti, tortura e stupro sono diventati comuni. Qualche giorno fa, l’allarme è stato lanciato da Mussie Zerai, dell’agenzia Habeshia. Ha ricevuto una chiamata dal Sinai, dove un gruppo di 80 eritrei è stato fatto prigioniero dai traficanti. Lunedì è giunta la notizia a Mosè che i rapitori hanno sparato e ucciso 3 di queste 80 persone, che non potevano pagare gli 8000 USD richiesti. In Italia e in Israele la mobilitazione cresce per fare pressione sul governo egiziano.

Noi abbiamo sentito Ran Cohen, dell’organizzazione Physicians for Humans Rights, Medici per i Diritti Umani. Questa organizzazione ha allestito una clinica a Tel Aviv per i rifugiati. E’ l’unico posto in tutto il paese in cui i profughi possono ricevere cure, non avendo accesso agli ospedali pubblici. I medici di PHR vedono arrivare nella clinica i profughi appena arrivati dal deserto e sono testimoni delle violenze che hanno subito e che hanno rilasciato segni sul loro corpo. Se Ran Cohen ci dice che “questa situazione fa anche comodo allo Stato di Israele” è perché potrebbe scoraggiare i rifugiati di entrare nel paese medio orientale. I diritti dei rifugiati in Israele sono abbastanza pochi: come ci ha detto Ran, non hanno accesso alle cure mediche, cosi come non hanno diritto di accedere ai servizi sociali statali. Le misure lanciate ultimamente dal governo israeliano non annunciano tempi migliori. Dal 21 novembre, i rifugiati che potevano lavorare non ne hanno più diritto. Non ricevendo nessun aiuto dallo Stato, devono lavorare per sopravvivere, e ora lo faranno tutti in nero. L’indomani, 22 novembre, Israele annuncia la costruzione di un muro lungo la frontiera con l’Egitto. I lavori cominceranno quindi sulla frontiera della striscia di Gaza con l’Egitto e nella zona di Eilat, verso il Mar Rosso. Complessivamente, l’opera potrà costare 1,35 miliardi di dollari. Infine, il 25 novembre, il governo israeliano annuncia la creazione di un “campo aperto” nel deserto del Neghev, una struttura dove saranno rinchiusi i richiedenti asilo che arrivano dall’Egitto. Ran Cohen ci descrive un progetto mostruoso, pensato per rinchiudere circa 10 000 persone, uomini, donne e bambini per un tempo indeterminato.

Per Ran Cohen, c’è il tentativo, da parte dello Stato israeliano, di scoraggiare chiunque voglia trovare rifugio in Israele, costruendo muri e carceri per i profughi, costringendoli a vivere in estrema povertà quando sono liberi. I membri di PHR, e con loro altre organizzazioni israeliane di difesa dei diritti umani, cercano di informare il pubblico, mobilizzare la gente per fare rispettare i diritti dei profughi. Ma di fronte hanno a che fare con un governo che sembra determinato e campagne mediatiche che dipingono i profughi come criminali. Ad esempio, ci racconta Roy Wagner, “i profughi non vengono mai chiamati “rifugiati” o “richiedenti asilo”, ma infiltrati”.

Il termine infiltrato fa riferimento ad una legge d’emergenza del 1954, la “Legge per Prevenire l’infiltrazione”, destinata ai nazionali dei paesi nemici di Israele. Nonostante la firma di accordi di pace che sono costati la vita al presidente egiziano Sadat nel 1981, chi attraversa illegalmente la frontiera israelo-egiziana è considerato “infiltrato”. Il termine infiltrato, per parlare dei profughi, è talmente diffuso che lo abbiamo sentito pronunciare anche dai funzionari del ACNUR di Tel Aviv.

Noi rilanciamo l’appello di Mussie Zerai per la liberazione di tutti i profughi sequestrati dai trafficanti nel Sinai. Dall’agenzia Habeshia ci arriva la notizia che sarebbero 6 le persone parte di questo gruppo di profughi che sono state uccise da i trafficanti.

Ospiti della puntata :
Kkajey, Tel Aviv
Roy Wagner, KavLaoved, Israele
Dan Cohen, Physicians for Human Rights, Israele
Mussie Zerai, Agenzia Habeshia, Italia

Passpartù è un programma ha cura di Marzia Coronati ed Elise Melot

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