Libano: lavoratrici migranti recluse nelle case.

Sono migliaia le donne del sud est asiatico che partono per il Medioriente con in tasca un contratto da collaboratrice domestica. Contratti di due o tre anni stipulati grazie ad agenzie che hanno uffici nei loro paesi d’origine e che dietro lauto pagamento forniscono il pacchetto completo, incluso viaggio e permesso di soggiorno. Una volta arrivate a destinazione le donne consegnano il passaporto ai datori di lavoro, che per tutta la durata del contratto saranno i loro “Kafil”, garanti, che ne avranno la responsabilità di fronte allo stato e saranno tenuti a fornire anche vitto ed alloggio alle lavoratrici. In pratica andranno a vivere nelle case delle famiglie come domestiche a tempo pieno. Le cronache raccontano che queste donne sono spesso segregate e maltrattate, un problema il cui sintomo più inquietante è nell’elevato numero di suicidi tra le lavoratrici. Il 25 novembre,  ONU contro la violenza sulle donne, la Caritas libanese, che è in prima linea nella lotta agli abusi sulle lavoratrici migranti in Libano e gestisce un centro di accoglienza ed aiuto a Beirut, ha cercato di squarciare il velo del silenzio su questo problema con una serie di iniziative di sensiblizzazione. Ne abbiamo parlato con Dima Haddad, project manager del Caritas Liban Migrant Center

Dima Haddad: La giornata internazionale contro la violenza sulle donne è una data importante per noi, in questo giorno noi abbiamo ribadito che per noi ogni donna è inanzi tutto una Donna, al di là di quali siano le sue origini, la sua religione, il colore della pelle o il suo lavoro. Durante la giornata abbiamo fatto varie attività, alcune hanno coinvolto studenti delle scuole e delle università che sensibilizzati sul problema hanno voluto dire non alla violenza a modo loro. Per fare un esempio: un gruppo di scout della scuola Seyet al jamhour ha fatto uno spettacolo teatrale in cui hanno rappresentato le vicende che portano queste lavoratrici qui in libano. Sono partiti dall’inizio, da come pubblicità ingannevoli creino aspettative irrealistiche di lavoro ed alti guadagni, le false promesse che queste ragazze ricevono già in patria fino al loro arrivo in Libano ed i problemi che spesso incontrano.

AMISnet: Ci vuole ricordare di che problemi stiamo parlando?

Dima Haddad: Inanzi tutto c’è il problema della comunicazione. Molte non parlano né arabo, né inglese né francese. Le difficoltà di comunicazione causano spesso problemi che sarebbero risolvibili con una semplice mediazione linguistica. Poi ci sono i problemi legati alle differenze tra la cultura libanese e quelle dei paesi d’origine delle lavoratrici. Spesso ci arriva notizia di lavoratrici che non vengono regolarmente pagate come prevedono gli accordi con i datori di lavoro. Poi ci sono i casi estremi con maltrattamenti anche fisici fino ad arrivare alle molestie sessuali e gli stupri. Si tratta di casi che non riflettono la condizione generale, ci sono anche molte lavoratrici che hanno ottimi rapporti con i datori di lavoro, ma il fenomeno è reale.

AMISnet: Lo scorso anno c’è stata però una novità che prometteva di migliorare le condizioni delle lavoratrici migranti, la situazione sta effettivamente cambiando?

Dima Haddad: Lo scorso hanno è stato promulgato un contratto collettivo nazionale per le lavoratrici domestiche. Un contratto che contiene molte novità positive a partire dai diritti retributivi fino all’ indipendenza della lavoratrice dal suo “Kafil”, il diritto di comunicare con la sua famiglia ed al giorno di riposo settimanale. Tuttavia noi vorremmo di più, uno dei più evidenti difetti di questo contratto riguarda il diritto della lavoratrice ad uscire di casa nel proprio giorno libero, è un obiettivo che ancora non abbiamo raggiunto. Questo è inaccettabile perché non si può dire alla lavoratrice vieni ti facciamo un contratto di 2 o 3 anni durante i quali non potrai uscire di casa, è chiaramente illogico. Noi crediamo che questo sia un diritto delle lavoratrici, il diritto di uscire di casa, magari contrattando la cosa con il Kafil.

AMISnet: Una parola che lei ha usato più volte è “Kafil”, garante, un termine che fa riferimento al sistema delle “Kafala”. Ci può spiegare brevemente di che si tratta?

Dima Haddad: Chiunque voglia assumere una straniera per lavorare da lui dovrà farsene garante, ne sarà cioè responsabile di fronte allo stato. Lui deve garantirne le condizioni di lavoro, i documenti di soggiorno, il vitto e l’alloggio. Questa situazione lega mani e piedi le lavoratrici ai datori di lavoro, per capire quanto questo sia problematico vi faccio l’esempio delle vittime di violenza che si rivolgono a noi: alcune hanno la necessità di rimanere a lavorare in Libano, tuttavia la legge non glielo consente senza il nulla osta del suo garante, per cui sono costrette a ripartire. Ci sono casi in cui una persona ha usato violenza ad una donna e magari è chiamato a risponderne in tribunale e la lavoratrice si trova a dovergli chiedere questo nulla osta, è un meccanismo che crea situazioni paradossali in cui una donna che ha subito un trauma potrebbe ritrovarsi a dover continuare a stare lì dove ha subito la violenza. Riguardo al contratto collettivo di cui parlavamo, ci sono due punti critici che abbiamo fatto notare al ministero del lavoro che si è dimostrato sensibile a questo tema:  primo che il contratto dovrebbe essere disponibile nelle lingue che le lavoratrici capiscono, mentre spesso si trovano a firmare contratti che non capiscono. La seconda questione riguarda le verifiche sull’effettiva applicazione di questi contratti, perchè tutto quel che c’è di positivo nel contratto è vano se non viene applicato. Bisogna verificare che davvero i pagamenti siano regolari e che le lavoratrici siano trattate con il dovuto rispetto. Il ministro del lavoro ci ha promesso una commissione per verificare queste cose, noi siamo in attesa.

AMISnet: In conclusione una domanda per allargare il discorso anche agli altri paesi mediorientali, da quel che sapete voi della Caritas Libanese la situazione delle donne migranti che vengono a fare le domestiche negli altri paesi arabi è simile a quella libanese?

Dima Haddad: Il sistema della Kafala è esattamente lo stesso, sicuramente non ci sono grandi differenze. Si tratta di un sistema che mette le lavoratrici in una condizione di dipendenza, per cui non credo che ci siano grandi differenze con i nostri paesi vicini.

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