Passpartù 03: Sardegna, la nuova Lampedusa

In questa puntata andiamo ad indagare su quanto accade nella rotta che porta ogni anno centinaia di migranti dall’Algeria alla Sardegna, grazie a voci e testimonianze dall’isola e dalle coste del Nord Africa. Lo spunto è la rivolta dei reclusi del centro di prima accoglienza di Elmas,  Cagliari,  avvenuta il 10 ottobre, di cui vi racconteremo gli sviluppi.

In Sardegna esiste ormai da due anni un Cpa, centro di primo soccorso e accoglienza. Si trova ad Elmas, all’interno di un’area militare a poche centinaia di metri dall’aeroporto di  Cagliari. Praticamente tutti i migranti che arrivano via mare passano da lì, scortati dalle forze dell’ordine locali. Ed è proprio in questo centro che il 10 ottobre è scoppiata una rivolta. Un gruppo di reclusi di origine algerina è riuscito a scappare dalla struttura e si è diretto verso le piste di atterraggio dell’adiacente aeroporto civile. L’immediato intervento delle forze dell’ordine ha messo fine all’azione che si è conclusa con un bilancio di undici arrestati e nessun fuggiasco, ma l’aeroporto è stato comunque chiuso per alcune ore. Forse per questo disagio procurato, o forse perché per la prima volta si è mosso un team di avvocati in difesa degli undici sotto processo, per la prima volta una rivolta dei reclusi del Cpa di Elmas – che solo in questo mese ne avevano portate avanti già altre due – è balzata alle cronache ed è giunta alle orecchie di associazioni e attivisti, che normalmente poco e nulla sanno di quello che accade là dentro. Il centro infatti insiste in un’area militare  e per questo è praticamente impossibile accedervi, come ci ha raccontato Roberto Loddo, di 5 novembre, un’associazione che si occupa di diritti nelle carceri. In due anni l’associazione è riuscita ad entrare nel centro solo una volta, durante una visita programmata assieme alla parlamentare radicale Rita Bernardini. Quello che riscontrarono durante quella visita, ricorda Loddo, non era una mancanza di sicurezza della struttura, atta ad accogliere 220 persone, ma la mancanza di trasparenza sulla funzionalità di questo centro. Effettivamente la struttura di Elmas, se fosse un centro di primo soccorso e  accoglienza, così come dichiarato, dovrebbe per legge accogliere i migranti solo per cinque giorni, il necessario per dare loro le prime cure ed essere poi trasferiti in altri centri, mentre sembra che i periodi di fermo siano molto più lunghi e che dal centro vengano attuati anche i rimpatri. Questo è uno dei motivi che ha spinto il gruppo di algerini a protestare quel 10 di ottobre. Gli avvocati degli undici giovani infatti hanno dichiarato che i loro assistiti si trovavano nel Cpa da più di quaranta giorni.
Il giorno dopo la rivolta i legali si sono recati presso il centro per avere un colloquio con i processati, la cui udienza era stata fissata per il 16 ottobre, ma gli undici erano scomparsi, ce lo racconta Maria Cristina Ximenes, uno degli avvocati. Nel frattempo l’Unione sarda scriveva che il centro stava per essere completamente svuotato. Forse il consorzio Sisifo (lo stesso che gestiva il centro di Lampedusa per intenderci), che dal primo ottobre gestisce il centro, ha pensato di attuare una ristrutturazione, trasferendo i reclusi non si sa dove. Quando gli avvocati si sono mossi per sapere dove erano i loro assistiti, non hanno ricevuto nessuna risposta. La prefettura tace, così come il  provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria, che rimpalla la responsabilità al ministero dell’interno, mentre quest’ultimo, sollecitato dall’associazione 5 novembre, dichiara di non poter rilasciare questo genere di informazioni. Intanto il 16 ottobre l’udienza si è svolta ugualmente, anche senza la presenza dell’accusa, gli avvocati hanno però chiesto e ottenuto di rimandare il processo al 2 novembre.

Della rivolta di Cagliari, ne hanno anche sentito parlare sull’altra sponda del mediterraneo, in Algeria. Noi abbiamo raggiunto per telefono Mounira Haddad, dell’Afad, un’associazione algerina che aiuta i familiari dei migranti, e le abbiamo chiesto se questa rivolta l’avesse sorpresa. Nessuna sorpresa, ha detto Haddad, giacchè si conoscono, oltre mare, le condizioni pessime in cui si trovano i migranti reclusi nei Cie europei. Eppure i giovani migranti non si scoraggiano, neanche davanti alla pena di sei mesi di carcere a cui possono essere condannati se vengono colti dalle autorità algerine nel tentativo di emigrare illegalmente in Europa. I giovani magrebini conoscono virtualmente l’Europa. Il piccolo schermo importa immagini di un mondo europeo felice, ricco, che fa inevitabilmente sognare. Sulla riva sud del mediterraneo, si pensa che sarà più facile vivere in Europa, senza fare i conti con la legislazione europea. Le merci possono viaggiare ma gli uomini no. Come tante altre nazioni, l’Algeria ha firmato degli accordi di riammissione con alcuni paesi europei. Così, se un algerino viene colto senza documenti in uno di questi paesi, il suo rimpatrio è facilitato. Il primo accordo è stato firmato nel 1994 con la Francia, di cui l’Algeria era colonia. A seguire, accordi sono stati firmati con la Germania, l’Italia, la Spagna e in fine la Svizzera. Oggi la frontiera marittima spagnola è accuratamente vigilata, stessa sorte per Lampedusa, e la Sardegna è quindi diventata la terra europea più facile da raggiungere. Le rotte sempre più lunghe non scoraggiano nessuno. Così, un giornalista del quotidiano algerino El Watan, in viaggio ad Atene, raccontava in un articolo uscito pochi giorni fa, di aver incontrato degli algerini nella capitale greca, arrivati illegalmente nel paese passando dalla Turchia.

Ospiti della puntata: Roberto Loddo dell’Associazione 5 novembre, Francesco di No border, l’avvocato Maria Cristina Ximenes, Mounira Haddad dell’Afad

In redazione: Khaldoun e Andrea Cocco

Passpartù è un programma a cura di Elise Melot e Marzia Coronati

Per chi volesse scriverci: passpartu@amisnet.org

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