Verso il 16: l’adesione di Sbilanciamoci contro la crisi.

In preparazione della manifestazione Fiom del 16 ottobre, abbiamo sentito Giulio Marcon, portavoce della campagna Sbilanciamoci! che ha dato la sua adesione all’iniziativa dei metalmeccanici della Cgil. Della campagna fanno parte 47 associazione della società civile che si battono per un’economia giusta, per l’adozione di nuovi indicatori economici e per un nuovo modello di sviluppo; tra le altre attività, ogni anno Sbilanciamoci! pubblica il rapporto Cambiamo finanziaria. Come usare la spesa pubblica per i diritti, la pace e l’ambiente che si presenta come una vera e propria “contro-manovra”. Sbilanciamoci! aderisce all’iniziativa della Fiom sulla base del comune impegno nel fronteggiare gli effetti della crisi, nel difendere i posti di lavoro, nel promuovere le protezioni sociali, nel ribadire la centralità del lavoro. E’ fondamentale che l’azione si articoli nei due momenti della critica e della proposta: si devono reclamare quelle politiche attive del lavoro ad ora non pervenute ma anche dare un contributo ad immaginare una politica industriale che rilanci l’economia legandola, nello stesso tempo, a principi quali la sostenibilità ambientale, la qualità, la giustizia sociale, ad un’idea di sviluppo, dunque, alternativa rispetto al modello neoliberista in auge negli ultimi trent’anni. Quello neoliberista è costitutivamente un pensiero unico: il modello che ci propina viene spacciato come qualcosa di naturale occultandone la natura ideologica; in questo modo, il discorso neoliberista nega la possibilità di alternative praticabili e nasconde il suo stesso fallimento, evidente a tutti dalla crisi che stiamo vivendo, con le sue drammatiche conseguenze. Le alternative alla centralità del mercato, del privato e del profitto, invece, ci sono e potrebbero passare attraverso la costruzione di un modello fondato su produzioni e consumi diversi.

Marcon prende ad esempio il settore dell’auto (settore che oltretutto, a livello mondiale, soffre per un enorme eccesso di produzione), e sottolinea la miopia del porre l’auto al centro della politica economica e industriale; già ora al contrario, si dovrebbe e potrebbe pensare ad un nuovo modello di mobilità per le grandi città (per la verità congestionate in modo inverosimile dal traffico automobilistico), avviando un grande potenziamento del trasporto pubblico locale e superando il modello della mobilità privata.

Già questo esempio mostra come una politica industriale diversa si può legare alla creazione di nuove aziende e di nuovi posti di lavoro e, nello stesso tempo, andare incontro ai bisogni dei cittadini, sotto l’aspetto della qualità della vita e sotto quello della democrazia e dei diritti sul posto di lavoro (Pomigliano docet).

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