Passpartù 01: Il carcere dei “clandestini”

In questa prima puntata della stagione di Passpartù, parleremo degli scioperi e delle rivolte scoppiate nei Centri di Identificazione ed Espulsione (Cie) in tutta Italia durante l’estate. E poi commenteremo la decisione del Ministero dell’Interno di aprire quattro nuovi Cie.

Il 18 luglio due detenuti del Cie di Via Corelli, a Milano, tentano la fuga mentre gli altri mettono in atto scioperi e proteste. Quasi un mese dopo, sempre a Milano, 18 migranti provano ad evadere, ma solo uno ci riesce.  Molte sono le proteste messe in atto in quello stesso periodo, (come racconta dettagliatamente Macerie, www.autistici.org/macerie) a Gradisca d’Isonzo, a Brindisi, ad Elmas.
Mangiare cattivo, celle strette, abusi da parte delle forze dell’ordine, presenza di minori nei centri, queste sono solo alcune delle denunce che arrivano dai reclusi. Le proteste sono state portate avanti anche per raggiungere un obiettivo politico: ridurre i tempi di detenzione, che arrivano fino a sei mesi. “180 giorni sono troppi per fare accertamenti sulla regolarità di una persona” dicono tutti.

I Cie attualmente presenti sul territorio nazionale sono 13, per un totale di 1814 posti. Per legge i cie devono essere recintati da un muro di tre metri sormontato da una rete metallica e dotato di impianto di illuminazione, sorvegliato giorno e notte dalle telecamere. Aldilà di questi tratti comuni i 13 centri attualmente presenti sul territorio italiano, sorti per far fronte a un’emergenza piuttosto che a un piano razionale, sono molto difformi l’uno dall’altro, sia per grandezza (si passa dai 364 posti di Ponte Galeria, alle porte di Roma, ai 60 nel centro di Modena) che per struttura (ex caserme, ospizi, centri di accoglienza o fabbriche dismesse). La maggior parte sono gestiti dalla Croce Rossa Italiana, mentre il resto viene gestito dalla Confraternita delle Misericordie d’Italia, o da cooperative e associazioni appositamente fondate.

Il Ministro dell’Interno Roberto Maroni ha più volte dichiarato che entro la fine del 2010 sarebbero stati aperti 4 nuovi cie in Veneto, Toscana, Campania e Marche.  A tre mesi dalla fine dell’anno, la promessa di Maroni non sembra possa essere mantenuta, anche se in Veneto e in Toscana qualcosa si sta muovendo. Mentre infatti nelle Marche il presidente della regione Mario Spacca ha annunciato “l’indisponibilità del governo regionale a condividere la scelta di realizzare un cie nel territorio marchigiano” e in Campania il discorso sembra non essere praticamente mai partito, in Toscana e in Veneto l’opposizione viene solo dal basso. Il presidente della regione Enrico Rossi infatti non si è mai opposto all’apertura del cie, che dovrebbe sorgere vicino all’aeroporto di Firenze, a Campi Bisenzio, mentre in Veneto Maroni è stato invitato come ospite d’onore alla festa padana di Lendinara, il comune dove il centro dovrebbe sorgere. “I Cie servono” ha detto il ministro nel corso della festa  “In due anni sono stati rimpatriati oltre 52 mila clandestini grazie ai Cie. Senza i Cie oggi in Italia avremmo oltre 52 mila clandestini in più. Se non li abbiamo è perché abbiamo le strutture. E’ un sistema che va potenziato. Il Veneto non ce l’ha, la Toscana non ce l’ha, le Marche non ce l’hanno, la Campania non ce l’ha, sono le prime quattro regioni dove verrà realizzato”.

Il destino di chi passa dai cie è sempre più spesso quello del rimpatrio forzato, e non sembra un caso che spesso questi centri siano costruiti vicino agli aeroporti. Molti hanno vissuto in Italia per anni e anni, e rientrano in paesi che ormai non sono più la loro casa, dove non hanno parenti ne amici, dove non conoscono nessuno. C’è anche chi ha denunciato il tentativo di far rientrare in patria persone che nel loro paese d’origine rischiano la vita. Stiamo parlando di Noinonsiamocomplici, un collettivo in lotta contro i cie, che l’anno passato ha portato avanti una lunga battaglia contro la deportazione di Joy. Joy è una giovane nigeriana che rischiava la vita nel suo paese di orgine, in quanto vittima di tratta. Grazie alla lotta del collettivo e alla bravura degli avvocati oggi Joy è fuori dal cie e potrà rimanere in Italia, ma ancora sono tante le persone a rischio, come Faith, la giovane che Noinonsiamo complici sta cercando di aiutare da quest’estate.
Faith aveva respinto in nigeria un tentativo di stupro da parte del suo datore di lavoro, a seguito della denuncia l’uomo è morto e Faith è stata accusata di omicidio. Rischiando la vita nel suo paese di origine, è scappata in Europa, viveva vicino a Bologna da tre anni, in clandestinità, quando a fine giugno un suo connazionale ha tentato di violentarla e i vicini di casa sentendo le sue urla hanno chiamato la polizia. una volta arrivate, le forze dell’ordine hanno portato Faith nel cie e nel giro di 20 giorni è stata rimandata in Nigeria. (Per ulteriori informazioni noinonsiamocomplici.noblogs.org).

Ringraziamo Tariq, Mohammed, Mounir, che ci hanno regalato le loro testimonianze dall’interno dei centri, Nicoletta di Noinonsiamocomplici, Francesco Casoni del Nocie Veneto e Gianpaolo dell’Ex-canapificio

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