Bosnia: al voto un elettore su due

In attesa della comunicazione dei risultati definitivi, le elezioni che si sono svolte domenica in Bosnia Erzegovina hanno già dato un segnale chiaro: quello dell’astensionismo. Solo il 50% degli aventi diritto si è presentato alle urne, al termine di una campagna elettorale che secondo i principali osservatori si è svolta all’insegna del fair play. Nonostante le dichiarazioni del leader nazionalista della Repubblica Srpska , Milorad Dodik, che in un comizio ha negato il genocidio di Srebrenica, nel resto del paese non si sono registrati incidenti e i toni della campagna sono rimasti pacati. Con oltre metà delle schede scrutinate, il seggio croato e quello bosgnacco della presidenza tripartita sembrano destinati ad andare ai candidati moderati  Komsic Zeljko e  Bakir Izetbegovic entrambi a favore di una Bosnia unita. Diverso il risultato per il seggio serbo, dove a prevalere sarà molto probabilmente il candidato dell’Alleanza dei socialdemocratici, il partito di Dodik. Pur in assenza di particolari episodi di tensione etnica o del ricorso a campagne di odio da parte dei diversi candidati, le elezioni di domenica segnano tuttavia un ulteriore consolidamento della divisione della Bosnia su basi nazionali. Come sottolinea Andrea Rossini dell’Osservatorio Balcani e Caucaso “più che segnalare la pacificazione del paese, la campagna elettorale e i primi risultati evidenziano la divisione. Ogni partito si è infatti rivolto al proprio elettorato ormai nettamente definito su base etnico/nazionale o delle entità”. Un risultato che affonda le sue radici negli accordi di Dayton del 1995 e nell’imposizione di un assetto istituzionale che suggella le divisioni nazionali in un complesso meccanismo di ripartizione dei poteri tra le diverse entità. La presidenza tripartita dello stato, con un rappresentante croato, uno bosgnacco e uno serbo, è solo un aspetto dell’intricato sistema istituzionale della Bosnia Erzegovina ma mostra oggi più che mai grandi limiti. “L’incubo della divisione su basi nazionali non è finito” sottolinea Rossini. “Non si è ancora formata l’idea che sia necessario procedere verso uno stato basato su una cittadinanza aperta più che sulle divisioni, con le dovute garanzie per le minoranze”. Il nodo politico su come superare Dayton rimane quindi più che mai aperto e in mancanza di una soluzione appare difficile superare anche i problemi legati alle contingenze a cominciare da quelle economiche, con la disoccupazione che ha oramai raggiunto un livello del 40%.

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