La terra e la finanza delle locuste

E’ un mercato speculativo in piena crescita. L’acquisto di terre e di titoli finanziari legati a contratti fondiari è diventato negli ultimi anni un business sempre più appetitoso a livello globale, con interessi che vanno dai governi di diversi paesi, alle grandi banche e agli investitori privati. Solo nel 2009, secondo un rapporto della Banca mondiale pubblicato a inizio settembre, l’accaparramento di terre attraverso capitali stranieri ha interessato, nei paesi del sud del mondo, 45 milioni di ettari, il 70 per cento dei quali in Africa. Una cifra record che rischia di avere effetti devastanti sulle comunità locali finendo per acuire la crisi alimentare. Dal Sudan, dove nel 2009 si contano transazioni per 4 milioni di ettari, al Mozambico (1,6 milioni di ettari), a paesi asiatici come la Cambogia o l’Indonesia, uno dei primi effetti del Land Grabbing è spesso lo sgombero dei contadini residenti e la successiva imposizione di un modello di agricoltura industriale, finalizzata alla produzione ed esportazione di pochi prodotti, ma in grande quantità. Il fenomeno sottolinea Antonio Onorati di Crocevia, è solo l’ultimo gradino di una lenta trasformazione dell’agricoltura che ha portato in questi ultimi decenni alla concentrazione della proprietà agricola nelle mani di pochi grandi investitori. Ad aggravare la situazione negli ultimi 3 anni è stato l’interesse sempre più vivo degli speculatori finanziari, che dopo la crisi dei mutui, si sono riversati in massa sui fondi legati alle terre senza nessun reale interesse per la produzione agricola. Proprio sulla necessità di un maggiore controllo di questi movimenti finanziari è intervenuto il rapporto della Banca Mondiale invitando ad una maggiore trasparenza delle transazioni. Come sottolineato in un recente articolo di Antonio Tricarico, della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, la Banca è però anche una delle prime a sostenere le speculazioni, investendo in alcune delle società e fondi più attivi nel settore fondiario. Quello di cui c’è bisogno, sottolinea Onorati, è l’imposizione di obblighi che regolino l’accesso alla terra e il suo uso. “C’è bisogno di garantire”, spiega “che chi usa la terra lo faccia in modo sostenibile, in maniera non distruttiva e per produrre cibo in quantità e qualità necessaria”. La Banca mondiale, prosegue, non contempla nulla di tutto questo ma si limita a fissare dei principi a cui speculatori e acquirenti dovrebbero attenersi.

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