Srebrenica: una ferita aperta!

A distanza di quindici anni non si placano le polemiche in merito al massacro di Srebrenica, nel quale furono assassinati tra gli otto e i diecimila bosniaci di religione musulmana. L’eccidio, avvenuto in una zona allora sotto tutela dell’ONU, viene considerato uno dei peggiori crimini di guerra commessi in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
E’ notizia dei giorni scorsi che, mentre il Tribunale Internazionale dell’Aja ha emesso dure condanne per sette ufficiali dell’allora esercito Serbo-Bosniaco (due delle quali all’ergastolo per genocidio), la famiglia di Ratko Mladic, all’epoca generale a capo dell’operazione e tuttora latitante, ha chiesto che ne venga ufficialmente decretata la morte.
Tutto questo avviene in un contesto in cui la Serbia evidentemente ancora non ha fatto del tutto i conti con le vicende degli anni novanta, Serbia che fatica a introiettare nella propria coscienza collettiva, tanto a livello sociale quanto istituzionale, un’analisi onesta e articolata dei drammatici fatti avvenuti nella regione in quegli anni. Non si possono certo ignorare gli importanti passaggi nella direzione di una presa di coscienza e assunzione di responsabilità che la Serbia, pur su pressione della comunità internazionale, ha recentemente compiuto. Infatti “il Parlamento Serbo ha approvato qualche tempo fa una risoluzione, la cosiddetta dichiarazione di Srebrenica, dove si condanna il massacro”. Nella dichiarazione “non si fa alcun riferimento al genocidio”, categoria giuridica ormai assunta e consolidata rispetto alla vicenda. Per la Serbia sarà difficile digerire e far propria questa novità. Ne è in qualche modo testimonianza la richiesta della famiglia di Mladic di sancire formalmente la morte dell’ex generale, e con questa la sua impunità. La richiesta, da molti ritenuta provocatoria e ufficialmente motivata dalla volontà della famiglia di recuperare serenità e privacy, parla in realtà della difficoltà di un intero paese di confrontarsi con le atrocità commesse in quegli anni in nome della pulizia etnica. Se la richiesta della famiglia di Mladic è formalmente corretta (esistono i termini legali per inoltrarla), già dalle prime reazioni, sia locali sia internazionali, si può intuire che le istituzioni preposte non sono disposte ad accettarla senza prove certificate. Non sono in pochi a pensare che dichiarare morto Ratko Mladic “sarebbe controproducente per Belgrado perchè potrebbe dar adito a speculazioni, soprattutto a livello internazionale, sul fatto che la Serbia voglia lavarsi le mani” della faccenda.
Se è evidente che la ferita di Sebrenica, come tutte quelle aperte dalle drammatiche vicende di quegli anni, non potranno essere sanate nelle aule di tribunale, è altrettanto vero che una ricostruzione credibile e sostenuta da solide prove, l’accertamento delle colpe e l’assunzione delle responsabilità, siano passaggi fondamentali per uscire da quegli anni in maniera accettabile e costruttiva per tutte le parti in causa.

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