Tunisia: si stringe la morsa del regime contro oppositori e giornalisti

Alla vigilia delle elezioni che, lo scorso ottobre, lo hanno portato per l’ennesima volta al potere, Ben Alì aveva annunciato che avrebbe reso ancor più dura la vita ai suoi detrattori. Lo scorso 15 giugno il parlamento tunisino ha dato il via libera all’ultimo tassello della politica autoritaria e repressiva del regime, adottando una legge che criminalizza chiunque provi a diffondere informazioni scomode all’estero. Modificando l’articolo 62 del codice penale la legge prevede dai 5 a i 20 anni di carcere per  chiunque abbia contatti con « agenti stranieri » e utilizzi questi contatti per « minacciare la sicurezza economica della Tunisia e i suoi interessi vitali ». Un dispositivo micidiale che mira a tagliare le gambe a tutti quei giornalisti, oppositori politici e associazioni in difesa dei diritti umani che in questi anni, nonostante le enormi difficoltà, hanno provato a denunciare le pratiche autoritarie con il sostegno delle reti europee. Grazie alla nuova norma, sarà sufficiente una telefonata e una parola di troppo a qualche giornale o associazione straniera per essere arrestati e rischiare una condanna durissima. Una norma liberticida, come denunciano in un comunicato congiunto l’Organizzazione mondiale contro la tortura, Amnesty International, Reporter Sans Frontières, Human Rights Watch, la Rete euromediterranea per i diritti umani e altre associazioni che ne hanno chiesto l’immediata abrogazione. Il momento scelto da Ben Alì per criminalizzare ancora di più gli oppositori, sottolineano le associazioni, non è casuale. Lo scorso mese è stata infatti avviata una nuova fase dei negoziati con l’Unione Europea, che dovrebbero portare la Tunisia ad acquisire l’ambito titolo di “partner privilegiato” dell’Ue. “Il governo tunisino » spiega al telefono Soazig Dollet di Reportes sans Frontières, « vuole evitare a tutti i costi che l’Unione europea condizioni un suo eventuale accordo, al maggior rispetto dei diritti umani in Tunisia” e la nuova legge non è che l’ennesimo espediente per metter a tacere ogni eventuale critica o informazione. L’Unione europea ha del resto mostrato, in questi ultimi anni, uno scarso interesse nei confronti del rispetto di basilari principi democratici e di libertà in Tunisia. Nonostante i ripetuti appelli di associazioni tunisine e organizzazioni internazionali, che hanno chiesto a Bruxelles di congelare le trattative, il Consiglio europeo non ha mai apertamente condannato il regime di Ben Alì, né esercitato pressioni diplomatiche per la liberazione di detenuti politici o per fermare la repressione interna. “L’Unione a 27 fatica a mettersi d’accordo e in ballo ci sono interessi economici grandi” sottolinea Dollet. Negli ultimi anni molti investitori europei hanno puntato sulla Tunisia per delocalizzare imprese e attività o per puntare sul turismo a costi contenuti. Come accaduto in passato, a seguito dell’approvazione della norma liberticida dello scorso 15 giugno, le lobby finanziarie e industriali hanno attivato i loro canali interni con l’Unione europea per esercitare le opportune pressioni politiche ed evitare qualsiasi condanna da parte di Bruxelles.
Nel frattempo, al di là dell’ultima revisione al Codice Penale, la situazione in Tunisia non fa che peggiorare. A seguito delle elezioni di ottobre si sono moltiplicati le forme di controllo con arresti di giornalisti, repressione di scioperi, processi farsa, sorveglianza continua, chiusura di giornali, radio e siti internet. « Il governo tunisino » commenta Soazig Dollet « E’ una macchina inesorabile di sorveglianza e potere che colpisce gli oppositori e le loro famiglie. Chi si oppone al regime lo fa per scelta ma a pagare sono anche i parenti, a cominciare dai figli che non vengono accettati a scuola, non ottengono permessi, passaporti e documenti e subiscono una vessazione amministrativa quotidiana ».

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