Diario da Kabul: l’Afghanistan da “sfatare” del libro di Giordana

Le cause affaristiche di una guerra criminale; gli interessi strategici e geopolitici globali; il fondamentalismo islamico, foraggiato e strumentalizzato per anni dagli Stati Uniti in funzione anti-sovietica grazie all’azione del Pakistan e dei suoi servizi segreti; il business della guerra e quello della ricostruzione; la complessità di una regione che sin dall’antichità è stata il crocevia dell’Asia; il traffico di droga (dall’intervento militare americano ad oggi, la produzione di oppio afghano è arrivata a costituire oltre la metà dell’intera produzione mondiale); le strategie politico-militari per uscire dal “pantano” afghano; sono tutti temi, questi, di straordinario interesse ma la cui importanza è tale soprattutto ad uno sguardo occidentale. Dietro tutto questo si nasconde, da parte nostra, una grande ignoranza su quella che è la realtà del paese e sui modi in cui, concretamente, locali e occidentali convivono in Afghanistan. Tanto più questo vale per il nostro paese, dove si parla di Afghanistan solo quando ci si occupa delle truppe italiane e spesso, come in questi giorni, per raccontare (e sfruttare a vari livelli) degli eventi luttuosi.

A colmare questo buco antropologico contribuisce il libro Diario da Kabul. Appunti da una città sulla linea del fronte (ObarraO edizioni), scritto da Emanuele Giordana, giornalista esperto di Asia, fondatore dell’associazione di giornalisti indipendenti Lettera 22 e, tra l’altro, direttore responsabile dell’agenzia Amisnet.

Raccogliendo le riflessioni e le impressioni personali già in parte affidate al suo blog e andando oltre l’ossessione per la notizia che normalmente tiranneggia l’attività giornalistica, lo scrittore fa emergere la cronaca di un paese e di un popolo più complessa e più “viva” di quella solitamente riportata dai media, coniugando a questa prospettiva inedita l’analisi critica e profonda dei fatti.

Uno degli esempi più macroscopici della miopia occidentale nei confronti della realtà afghana è il caso di Ramazan Bashardost, candidato indipendente alle elezioni presidenziali del 2009, che Giordana ha incontrato e di cui parla nel libro. Bashardost ha ottenuto circa l’11% dei voti ed è risultato terzo per consensi ottenuti (senza far ricorso, peraltro, ai brogli di cui si sono avvalsi i due maggiori contendenti, Karzai e Abdullah). Il suo risultato, però, non ha avuto alcuna eco in occidente, così come il fatto che non ha preso voti solo tra gli appartenenti alla sua minoranza, la hazara, ma anche nelle aree pashtun, tagiche e tra i turcofoni del nord (tutti in larghissima maggioranza sunniti, al contrario degli hazara che sono sciiti).

Un altro aspetto passato sotto silenzio, in questi tempi di exit strategy, è il fatto che gli afghani, secondo quanto riporta Giordana, preferiscano l’occupazione al disimpegno dei paesi occidentali.

In una prospettiva globale, gli Usa hanno intenzione di lasciare Iraq e Afghanistan per concentrarsi su altre e ben più importanti “partite” nel Risiko geopolitico (Cina e probabilmente Russia) ma abbandonare a sé stesso un paese lacerato da trent’anni di permanente conflitto interno potrebbe equivalere a farlo precipitare in una situazione di endemica guerra civile.

Innanzitutto sarebbe auspicabile far cessare i bombardamenti; quindi, con la smobilitazione degli eserciti occidentali, si dovrebbe stabilire la garanzia di una forza di interposizione internazionale in modo da avviare un negoziato. Tale forza non dovrebbe essere formata dai paesi della Nato, verso cui gli afghani non potrebbero nutrire alcuna fiducia (anche con un mandato da parte del consiglio di sicurezza dell’Onu) ma, in un riposizionamento radicale del quadro delle alleanze, dovrebbe fare perno sul coinvolgimento dei paesi vicini e, in modo particolare dell’Iran (chiave di volta per gli equilibri dell’intera regione), anche attraverso l’Organizzazione della Conferenza Islamica.

Top