Radio in digitale: rischi e opportunita’ di un passaggio poco chiaro

Immaginiamo un enorme campo agricolo dove da una parte si coltivano patate, da una parte le carote..e poi via via uno spazio per i pomodori, le zucchine, la bieta e gli spinaci. Questo e’ un piano di frequenze nazionali, spartite secondo le necessità e assegnate ai singoli servizi di telecomunicazioni: le frequenze dei pompieri dove si trovano le patate, le televisioni dove stanno i pomodori, le radio nello spazio limitato dei fagiolini e cosi via….

In questo campo virtuale, da un paio di decenni a questa parte, un nuova coltivazione sta prendendo piede ed e’ sempre piu’ avida di terreno: e’ quella delle Telecom, dei telefonini, che con l’obiettivo di diventare la portabilità assoluta della radio, internet e perché no della TV, hanno sempre piu’ sete di frequenze per veicolare contenuti multimediali.

Lo “shift” da analogico a digitale che sta avvenendo gradualmente per la televisione e che presto toccherà anche le radio tradizionali, equivale a una completa riorganizzazione di questo campo, dove non esiste un solo contadino (operatore) [anche se sono veramente in pochi, tanto che alcune organizzazioni internazionali che lavorano sul piano dei media e del pluralismo hanno classificato l’Italia come un Paese priorità], e dove ciascuno reclama un po’ piu’ di spazio, e un po’ piu’ al sole.

Per la radio, il passaggio al digitale dovrebbe avere luogo tra il 2015 e il 2020, ma le decisioni su dove ricollocare questa coltivazione si stanno prendendo ora. Le questioni aperte sono diverse. La prima, è legata direttamente alla tecnologia da scegliere, che non e’ mai neutrale e che puo’ favorire lo sviluppo di un medium in una direzione o in un’altra. In Italia, la RAI ed alcuni network commerciali stanno sperimentando il DAB, Digital Audio Broadcasting, una tecnologia ormai vecchia che richiede grandi investimenti iniziali sia per le emittenti che per gli utenti, entrambi obbligati a cambiare il sistema di emissione (trasmettitori, antenne) o di ricezione (la nostra radio casalinga, o l’autoradio). E’ un sistema che in soldoni promuove poco le piccole emittenti locali (commerciali o comunitarie che siano), mentre favorisce le grandi catene (pubbliche o private) che in cambio di un investimento iniziale potrebbero godere della cosiddetta “isofrequenza”, ovvero una frequenza sola sul piano nazionale, diversamente da quanto è ora in cui ad ogni territorio locale corrisponde una frequenza. L’evoluzione del DAB, il DAB+, potrebbe venire incontro alle emittenti locali con minori investimenti iniziali.

Le reti internazionali di radio libere come la sezione europea dell’ AMARC (Associazione Mondiale delle Radio Comunitarie) o il CMFE, Community Media Forum Europe lavorano invece già da qualche anno in una lobby politica al livello europeo per l’adozione di uno standard diverso, il DRM + , Digital Radio Mondial, una tecnologia che permetterebbe piu’ semplicemente alle emittenti di passare dalla Banda II (quella stretta lingua di terra dove sono allocate le radio da 87.5 Mhz a 108 Mhz) alla Banda III (da 174 Mhz a 230 Mhz), e che rappresenterebbe dunque un passaggio piu’ soffice ed orizzontale dall’analogico al digitale.

Essendo le telecomunicazioni una materia che gli Stati tendono a mantenere ben stretta tra le proprie mani, queste attività di lobby vengono indirizzate principalmente a due organismi che seppur con poteri limitati e non vincolanti per gli stati membri, rappresentano un sistema valoriale e di riferimento: il Parlamento Europeo e il Consiglio d’Europa. Non è un caso che proprio a seguito della lobby politica di AMARC e CMFE, il Consiglio d’Europa abbia ufficialmente dichiarato1 che la digitalizzazione non deve rispondere solo a criteri economici ma anche a obiettivi di interesse comune come i fattori sociali e politici, così come il pluralismo e la promozione della diversità culturale e linguistica. Mentre da parte sua, il Parlamento Europeo richiama gli Stati membri2 ad allocare le dovute frequenze dello spettro radiotelevisivo, sia in analogico che in digitale, ai media comunitari come mezzi che promuovono l’inclusione sociale e il pluralismo.

Tra le legislazioni più all’avanguardia su questo, e’ da segnalare quella Argentina che, promulgata nel Novembre 2009, riserva ai media comunitari il 33% dello spettro radiotelevisivo. I francesi da parte loro non si lasciano intimorire, e il Sindacato Nazionale delle Radio Libere (SNRL) ha potuto sperimentare a Parigi il DRM+ nonostante il Ministero per l’Industria avesse optato per un altro standard, il T-DMB. Dall’esito positivo della sperimentazione, il SNRL sta ora chiedendo una licenza pilota sulla “Région Parisienne” che trasmetta in DRM+ e non in T-DMB.

In termini di lobby pero’, vale la pena ricordare che ognuno di questi standard tecnici ha alle spalle i propri consorzi internazionali che con molte più risorse di quante ne dispongano i media comunitari, riescono in qualche modo ad orientare le scelte nazionali dei singoli Paesi.

Nel parlare di digitalizzazione, non bisogna dimenticare le grandi opportunità che sono offerte dall’emissione radiofonica via satellite. Oltre alle centinaia di canali televisivi commerciali, sull’ Hotbird che ruota sulle nostre teste passano anche centinaia di canali radiofonici. Certo, non e’ facile spiegare agli utenti che per ascoltare la radio si puo’ accendere la TV e la parabola, ma questo strumento si è rivelato strategico nei Paesi a digiuno di libertà di espressione, come la vicina Tunisia, dove internet è facilmente tracciabile e facile da tagliare, mentre le parabole sono in tutte le case e una radio libera puo’ essere tranquillamente ascoltata senza timore di censure.

In Italia peraltro, un enorme vuoto legislativo permette a chiunque la possibilità di aprire un canale radio via satellite senza dover pagare neanche una lira allo Stato e senza neanche un’autorizzazione. In altre parole, se per rinnovare un passaporto bisogna pagare una marca da bollo o fare un conto corrente al Ministero degli Interni, per emettere via satellite non bisogna neanche avvertire l’autorità garante. Basta firmare un contratto con un qualsiasi provider, privato, e fargli arrivare un segnale audio. Punto.

Il problema della radio via satellite è però la sua “portabilità”, nel senso che la forza dello strumento sta proprio nel fatto di poter essere un transistor e due batterie, che ne fanno lo strumento di informazione piu’ importante in vaste zone del pianeta dove non c’e’ elettricità corrente ne’ tanto meno internet. Proprio su questi mercati aveva puntato una grande organizzazione statunitense, Worldspace, che già intorno al 2003 aveva lanciato due satelliti geostazionari per l’Africa e l’Asia, Afristar e Asiastar, e stipulato accordi con alcune compagnie commerciali come la Panasonic per la produzione di ricevitori portatili, ovvero una vera e propria radiolina -dalle dimensioni un po’ piu’ grandi rispetto alla media- con la possibilità di ricevere i canali radio via satellite.

In effetti, il grande salto dall’analogico al digitale tocca direttamente anche gli utenti, che saranno in qualche modo obbligati a cambiare i vecchi apparecchi di ricezione con quelli nuovi. Un aspetto da non sottovalutare, che ha alle spalle una partita economica non irrilevante.

In un mondo ideale, si potrebbe immaginare un ricevitore multi-standard, capace dunque di ricevere un segnale in DAB, DAB +, DRM+, internet, satellite o FM tradizionale. Sarebbe forse il passo decisivo per sottrarre le opportunità offerte da una ottimizzazione dell’uso dello spettro delle frequenze a una mera logica di mercato. Un ricevitore di questo tipo tenderebbe ad abbassare le differenze tra locale e globale. Ma è una strada ancora lunga.

Se il passaggio al digitale offrirà veramente nuovi spazi di pluralismo è dunque una questione tecnica, commerciale ma anche essenzialmente politica. C’è bisogno di tutelare l’enorme bagaglio che le radio libere italiane (da Radio Aut a Radio Alice a Radio Gap) hanno portato avanti dagli anni 70 in poi, prime tra tutte in Europa. Ed e’ su questa tutela e per la promozione di regole inclusive per i media indipendenti, che la radio libere italiane potrebbero trovare un terreno fertile per rimettere in moto una rete unitaria che al di là delle storie e delle identità, possa lavorare per trasformare il passaggio al digitale in una nuova fase di pluralismo e democrazia.

1 ‘Declaration of the Committee of Ministers on the allocation and management of the digital dividend and the public interest’, Febbraio 2008

2Resolution on Community Media in Europe (INI/2008/2011), Settembre 2008

One Comment;

  1. Marco Cavestro said:

    Quasi tutto OK, tranne:

    “il DRM + , Digital Radio Mondial, una tecnologia che permetterebbe piu’ semplicemente alle emittenti di passare dalla Banda II (quella stretta lingua di terra dove sono allocate le radio da 87.5 Mhz a 108 Mhz) alla Banda III (da 174 Mhz a 230 Mhz), e che rappresenterebbe dunque un passaggio piu’ soffice ed orizzontale dall’analogico al digitale.”

    Il DRM + può lavorare solo fino a 120 MHz, per questo motivo il passaggio più soffice è la famiglia DAB.

    Marco

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