Passpartù 28: Cervelli sprecati

Si chiamano Habiba, Sara, Lucio, Jun. Vengono dalla Costa d’Avorio, dalla Cina o dall’Argentina. Nel loro paese hanno studiato per diventare infermieri, farmacisti o giornalisti. Arrivati in Italia, per poter sopravvivere, sono stati costretti ad occupare posti di lavoro che richiedono spesso poca qualificazione e che non hanno nulla a che vedere con quello che sanno fare. E’ il fenomeno del
“brain waste”, spreco di cervelli. In questa puntata di Passpartù, parleremo di questa tendenza e della difficoltà di vedere il proprio titolo di studi, ottenuto all’estero, riconosciuto in Italia.

Habiba Uattarà, infermieria in Costa d’Avorio, ha impiegato un anno e sei mesi per ottenere il riconoscimento del suo titolo di studi in Italia, ma comunque si sente fortunata, “ci sono altri infermieri che prima di vedersi riconosciuto il titolo hanno dovuto aspettare anche tre anni, uno per l’attesa, sei mesi per l’esame attitudinale, e poi il tirocino gratuito” racconta.
Habiba nel frattempo ha dovuto svolgere attività professionali ben diverse da quella infermieristica: badante, donna delle pulizie, cuoca.

Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia delle Migrazioni dell’Università degli Studi di Milano, dipinge un quadro a tinte fosche del mondo del lavoro straniero in Italia. “Il contesto è sconcertante, esportiamo cervelli er importare braccia” sintetizza il professore.
Secondo un’indagine Istat, del 2009 nemmeno un quarto degli occupati stranieri (23,6%) ritiene di svolgere un lavoro vicino al proprio percorso d’istruzione o alle competenze acquisite, e appena il 4,6% degli occupati che ha conseguito all’estero il titolo di studio ha terminato o è in procinto di concludere il percorso di riconoscimento del titolo. Il percorso burocratico da affrontare non è uniforme, dipende dal titolo di studio che si intende fare riconoscere, dal settore professionale e dagli accordi firmati tra l’Italia e i singoli paesi. Per i titoli di studio, bisogna rivolgersi al Ministero dell’istruzione, dove esistono uffici per i diplomi delle scuole medie, per quelli delle superiori e per i titoli universitari.
Per i titoli professionali invece, bisogna rivolgersi ad altri ministeri: il Ministero della salute per le attività sanitarie, quello della giustizia per le professione regolate da albi, e ancora il Ministero del lavoro per altri svariati mestieri. Queste procedure burocratiche, insieme all’impegno finanziario,  alle limitazioni poste dagli ordini professionali e ai tempi di attesa, sono solo alcune delle cause che scoraggiano le persone a terminare il percorso di riconoscimento.

Sara, oculista, Jun, farmacista, Lucio Flores, giornalista, oggi hanno dovuto abbandonare i loro sogni e mettersi a fare altro. Le loro testimonianze raccontano di una difficoltà cronica in Italia per accedere al mondo del lavoro qualificato. Il riconoscimento dei titoli di studio e delle capacità professionali è ancora spesso limitato a una piccola parte di stranieri, soprattutto in quei settori in cui la manodopera qualificata è indispensabile e carente, come nel caso degli infermieri.

L’università è uno dei pochi luoghi che accoglie migranti altamente qualificati, come i ricercatori, ma anche qui, in comparazione con altri paesi, la nostra nazione non gode di buona fama. Secondo un’inchiesta del Ministero dell’istruzione, nell’anno accademico 2004-2005, in Italia gli studenti iscritti all’università stranieri erano il 2,2%. Lo stesso anno, erano il 10.5 % in Francia e il 17.3% in Inghilterra. C`è pero’ una buona notizia: il numero degli studenti di origine straniera nelle nostre facoltà sta crescendo: nel 2010 trentamila studenti stranieri si sono iscritti negli atenei italiani, un dato che pero’ bisogna comparare con il numero di italiani che scelgono di andare a studiare all’estero: più di quarantamila nel 2007, secondo i dati CARITAS-italiani nel mondo.

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