Passpartù 24: La lotta di piazza Oberdan
A cura di Marzia Coronati • 19 Marzo 2010“I nostri diritti sono continuamente calpestati”. “Ci trattano come animali”. Da Milano arrivano le denuncie di centinaia di rifugiati politici, aventi diritto per legge a servizi di accoglienza, costretti, invece, a dormire per strada. A documentare la loro protesta, un film presentato al Festival del cinema Africano d’Asia e d’America Latina, che si sta svolgendo proprio in questi giorni nel capoluogo milanese.
Inizia sempre a Milano la storia di Joy, la ragazza di origine nigeriana vittima di un tentativo di stupro all’interno del centro di identificazione ed espulsione di via Corelli. Oggi la ragazza, assieme ad altre sue connazionali, è stata trasferita al Cie di Ponte Galeria, a Roma e rischia la deportazione.
In questa puntata di Passpartù dunque parleremo dell’accoglienza – o meglio, della non accoglienza – che l’Italia riserva a rifugiati politici e richiedenti asilo e vi daremo aggiornamenti sulla vicenda di Joy, mentre in chiusura, Ritmi ci terrà compagnia con cinque minuti di buona musica.
E’ l’Aprile del 2009, via Senigallia, periferia milanese. Un palazzo di sette piani occupato da centinaia di persone viene sgomberato dalle forze dell’ordine. Gli abitanti dello stabile sono quasi tutti di orgine africana, e quasi tutti in possesso dello status di rifugiati politici. A seguito di questa vicenda, gli sgomberati decidono allora di scendere in piazza, per denunciare la cancellazione aò loro diritto ad essere accolti nel nostro paese da parte delle istituzioni italiane. Le manifestazioni venigno però respinte con la violenza “ci hanno picchiati come animali. Loro non vogliono fare nulla per noi”, si legge in un duro comunicato che diramano i rifugiati in quei giorni. La notte del 22 aprile, iniziava allora un presidio a piazza Oberdan, vicino ai giardini di Porta Venezia, lì i manifestanti rimarranno per settimane. Oggi il presidio non c’è più, ma questo non significa che i rifugiati siano stati accolti nei centri di accoglienza del Comune. Per non dormire all’aperto con temperature glaciali, la maggior parte di loro ha chiesto ospitalità a parenti e amici, come ci ha raccontato Stefano, dell’Associazione 3 febbraio, che ha seguito la vicenda sin dall’inizio.
La lunga lotta di Piazza Oberdan, che ancora oggi è viva e si manifesta con presidi e cortei, ha fatto si che oggi il Comune milanese ha aumentato di qualche unità il numero di posti letto dedicati a queste persone, ma secondo le stime della 3 febbraio, oggi sono ancora più di trecento i rifugiati politici a Milano costretti a dormire per strada.
La vicenda, dai suoi esordi a via Senigallia ai giorni nostri, è stata seguita dalla telecamera di Lemnaouar Ahmine. Già autore di diversi documentari sull’immigrazione in Italia, Ahmine lo scorso anno decide di raccontare anche questa storia. Risultato: un lungometraggio dal titolo “La Trappola”, che proprio in questi giorni partecipa al Festival del cinema Africano d’Asia e d’America Latina.
La storia, ormai nota come la lotta di piazza Oberdan, ancora non è finita. Il 6 febbraio il corpo di Daniel Teferi è stato trovato senza vita sui binari della stazione di Treviglio. Colpito al capo con un corpo contundente, il giovane di origine etiope è caduto sulle rotaie, e lì è stato scoperto poche ore dopo da un pendolare. Per ricordare Daniel, e per denunciare ancora una volta l’immobilisimo delle istituzioni nei confronti dei rifugiati politici, il gruppo di piazza Oberdan è sceso di nuovo in piazza domenica 14 marzo. Tra i protagonisti del corteo c’era Paulos, che in quella occasione ha lanciato la sua proposta: creare una associazione nazionale che raduni tutte le istanze della comunità rifugiata in Italia. “Lìobiettivo è organizzare una forza che già esiste” spiega Paulos ai nostri microfoni “perchè, da nord a sud, sono migliaia i rifugiati che non si sentono protetti nel nostro paese”. “Non so più se in Italia c’è una democrazia o una dittatura” si rammarica il govane “La differenza tra gli schiavi d’America e noi è che un tempo ce li portavano, mentre oggi fanno in modo che arriviamo da soli. Noi non ce l’abbiamo con l’Italia, ma con tutti quei paesi che nel 1951 hanno firmato la convenzione Onu relativa allo status di rifugiati, e che adesso non ci garantiscono il diritto d’asilo”.
La situazione non cambia se ci si sposta a Roma. Qui i centri di accoglienza sono largamente insufficienti, e quelli che esistono si trovano in periferie sperdute, completamente scollegate dalla realtà metropolitana. Una scelta a dir poco bizzarra, se si pensa che tra gli obiettivi di queste strutture c’è quello di favorire l’integrazione. Dagmawi Ymer è il regista di C.a.r.a., un altro documentario che sarà proiettato al Festival del Cinema Africano, che documenta la vita nel centro di accoglienza di Castelnuovo di Porto, alle porte della capitale . I protagonisti, Hassan e Abubakar, ragazzi somali di 20 e 21 anni, sono nati e cresciuti insieme a Mogadiscio durante la guerra civile, compagni di classe alle elementari, si sono ritrovati a Tripoli durante la fuga verso l’Europa e infine nel centro di accoglienza di Castelnuovo di Porto. “Tutti i centri di accoglienza di Roma sono uguali” racconta il regista “solamente posti dove mangiare e dormire, pieni di vuoto”.
Prima di concludere vogliamo aggiornarvi su una vicenda, che parte da Milano e ha un seguito a Roma. E’ la storia di Joy, una giovane donna di origine nigeriana. Reclusa nel Centro di Identificazione ed Espulsione di Milano. nell’agosto del 2009 partecipa a una rivolta che termina con l’arresto di quattordici persone. Joy è una di loro. Durante il processo, Joy denuncia di avere subito un tentativo di stupro da parte dell’ispettore capo della polizia Vittorio Addesso. Uscita dal carcere il 12 febbraio, è stata trasferita nel Cie di Modena e poi, il 16 marzo, in quello di Ponte Galeria, a Roma. “Il preludio alla deportazione” dicono le ragazze del comitato noinonsiamocomplici, che hanno seguito la vicenda sin dall’inizio
La situazione, al 18 marzo, era ancora in stallo: Joy, si trovava ancora a ponte Galeria in attesa di essere deportata. Va però detto che quel giorno 25 uomini e donne provenienti dalla Nigeria sono stati rimpatriati da Ponte Galeria con un charter organizzato da Frontex. Per avere aggiornamenti, potete visitare il blog di Noinonsiamocomplici.
Ospiti della puntata: Lemnaouar Ahmine, Dagmawi Ymer, Paulos, Stefano, Nicoletta
In redazione: Elise Melot
Passpartù è un programma a cura di Marzia Coronati


