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Passpartù 20: In viaggio tra le bietoline del Polesine

A cura di Marzia Coronati • 19 febbraio 2010

Medio Polesine, terra di porri, bietoline e lattughe. Questo spicchio di Veneto oggi produce quasi esclusivamente grazie al lavoro migrante. All’opposto geografico e non solo di Rosarno, non conosce praticamente lavoro in nero, ma l’integrazione degli stranieri anche qui langue.

E’ iniziata negli anni ’90, l’immigrazione. Fino ad allora Rovigo e  dintorni erano sempre state terre di emigrazione; da qui partivano i contadini in cerca di un lavoro diverso, nelle fabbriche e nelle officine, da qui sono scappate migliaia di persone dopo la tragica alluvione del 1951. Negli anni ’90 però le campagne distribuite sulle rive del fiume adige hanno riniziato a popolarsi. I pionieri sono stati gli albanesi, poi è stata la volta dei marocchini, in seguito rumeni e polacchi. Quando nessun italiano si rivolgeva più alle aziende per offrire il suo lavoro, gli imprenditori agricoli hanno inziato a rivolgersi alla manodopera migrante, soprattutto uomini di origine marocchina e donne rumene e polacche.

Le aziende del Medio polesine che abbiamo visitato ci hanno mostrato le buste paghe dei loro dipendenti: undici euro e mezzo l’ora che paga il datore di lavoro, otto che vanno nelle tasche dei lavoratori e il resto in tasse. I contratti sono di lavoro stagionale, circa nove mesi l’anno. Il resto del tempo i braccianti lo trascorrono nelle loro terre di origine, vivendo della disoccupazione accumulata. Se il rapporto di lavoro va bene, il bracciante è richiamato dalla stessa azienda anche l’anno successivo, e se c’è bisogno di ulteriore manodopera il datore si affida ai consigli del dipendente per assumere qualche suo parente o amico.
Un bracciante costa a un’azienda di Lusia che abbiamo visitato dagli 80 ai 90 euro al giorno, un raccoglitore di arance di Rosarno ne costa dai venti ai trenta. “Siamo veramente allibiti da quello che vediamo in televisione e leggiamo sui giornali. Com’è èpossibile che quei braccianti lavoravano in quelle condizioni? NOi abbiamo i controlli dell’ispettorato del lavoro quasi una volta a settimana, e se trovano un lavoratore non in regola siamo soggetti a multe superiori ai ventimila euro” racconta un imprennditore agricolo.

Agli stessi controlli però non è sottoposta l’immigrazione cinese. Mentre di tutte le altre persone di origine straniera si può facilmente fare un censimento, e non sono stati radi i casi di controlli da parte delle forze dell’ordine all’interno delle case, dei cinesi non se ne sa nulla. “Sembrano due o tre, e magari sono cinquanta. Hanno provato a controllargli l’immondizia che producevano ma loro hanno iniziato a buttarla ai margini dell’Adige, ci sono punti del fiume che sono vere e proprie discariche a cielo aperto” denunciano gli autoctoni. I cinesi lavorano alla maglieria, affittando i magazzini delle aziende la notte, e nessuno ha mai lavorato nelle campagne.

“Noi preferiamo assumere donne per il lavoro in serra, perchè è un lavoro in cui ci vuolecura e precisione” spiega il dirigente di un’azienda agricola “ma le donne di oggi non lo fanno più con lo stesso amore con cui lo facevano le nostre mamme e le nostre zie”. Forse è difficile fare un lavoro con amore, quando si è a centinaia di chilometri da casa, lontani da famiglia e affetti, in attesa solo di finire anche questa volta il proprio turno stagionale, e tornare in patria.

Ringraziamo Renato Maggiolo, senza il quale non sarebbe stato possibile realizzare questa produzione, Donata Tamburin, Sali Ebabas, Luigi, Antonella, Clara, e tutti coloro che abbiamo incontrato durante il nostro viaggio.

In redazione: Elise Melot

Passpartù è un programma a cura di Marzia Coronati

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