Haiti: vivere a Léogane

Quando le famigerate tigri di Arkan, le milizie di uno dei capi della pulizia etnica contro gli albanesi durante la guerra in Kosovo, misero a ferro e fuoco la cittadina di Pec’ , o Peja -in albanese-, passarono casa per casa e le tirarono giu’ tutte, una per una, a cannonate. Della cittadina non rimase quasi nulla. Era il principio del 1999. Léogane, citta’ a sud della capitale di Haiti e epicentro del sisma, è ridotta allo stesso modo. Forse solo il 15-20% delle costruzioni è rimasto in piedi.
“Bombardamento?…No terremoto”, duettavano piu’ di cinquant’anni fa’ Vittorio de Sica e Gina Lollobrigida in “Pane , amore e fantasia”, ma a Léogane c’e’ poco spazio per la fantasia.
Immersa nella lussureggiante vegetazione caraibica e colorata di bougainville, in città si mastica ancora la polvere delle macerie che invadono le strade. Le persone cercano di recuperare il possibile, una ringhiera, un materasso. A differenza di Port au Prince, a Léogane non c’e’ traccia del trambusto che c’e’ nella capitale. Anzi, di tanta cooperazione internazionale, qui non si vede quasi nessuno. Solo un accampamento di militari canadesi impegnato principalmente nello sgomberare la  denti ma manovrano solo una gru. Qualcuno gli chiede se stanno sorvegliando la montagna che sta li accanto.
Anche Grand Goave e Petit Goave, poco distanti da Léogane, sono molto colpite. Sono terre tra il mare e la collina, prevalentemente agricole dove sono venute giu’ scuole, radio comunitarie, edifici di organizzazioni contadine auto organizzate con centri sanitari, di formazione. Da ognuno una storia diversa: “io mi sono salvato perchè in quel momento ero al bagno…io mi sono fatta male all’orecchio quando e’ caduta la parete…”.
Tutti sanno che dopo l’assistenza medica di questi primi giorni, sarà necessaria una assistenza psicologica per molti di loro.
La strada tra Port au Prince et Léogane è considerata buona, ma ha subito molti danni e in alcuni punti ha crepe e dislivelli profondi. Una sola lingua d’asfalto, una corsia per lato, un’arteria sulla quale vanno e vengono veicoli di tutti i tipi: guai a incappare in un convoglio, soprattutto se militare, che ti trascina a passo d’uomo tra paese e paese.
Oltre ai convogli pero’ c’e’ anche molto movimento di haitiani. Molti lasciano la capitale per tornare nella provincia di provenienza. E i “tap tap” sono tutti stracolmi di persone, valigie, taniche, sacchi. Il “tap tap” e’ il tipico trasporto comune locale. Quelli tradizionali sono vecchi camioncini, ridipinti e personalizzati: colori, scritte, forma dei finestrini, architettura stessa di ognuno di loro sono diversi. Quelli moderni sono dei pick up a cui, nella parte scoperta, viene saldato il pezzo superiore di un’altra automobile o furgone: La parte laterale e’ completata con delle tavole di legno che fanno anche da schienale per i passeggeri. Anche loro sono tutti diversi. “Jesus is the best” campeggia su uno di loro.
Quello che sorprende e’ la militarizzazione di questi luoghi. Secondo le radio locali, sarebbero 20.000 i soldati americani, e piu’ di 14.000 i caschi blu. 34.000 militari stranieri in un territorio che conta appena dieci milioni d’abitanti, senza considerare i mezzi navali e aeronautici!
E la macchina militare costa, si sa. Ma la cooperazione ha mille facce. Mr. Kagami e Mr Kai sono due giapponesi di una ONG che si occupa di telecomunicazioni per i diritti umani di base. Mr. Kagami abita a Los Angeles, e infatti parla un po’ di spagnolo e inglese. Mr. Kai invece abita a Tokyo e parla,oltre al giapponese, solo un inglese come la maggior parte degli italiani il giapponese. Sono arrivati a Port au Prince appesi ad un esile contatto, nelle mani di un pur gentile autista (con tanto di
macchina in affitto) di Santo Domingo che non era mai stato a Port au Prince. Sanno poco e niente della situazione locale, hanno difficoltà a spostarsi e non hanno facile comunicazione con la popolazione ma vanno in giro per i campi di sinistrati con un telefono satellitare e fanno chiamare le persone a chi vogliono e dove vogliono: velocemente si forma una piccola fila e la gente comincia a chiamare, prima vicino – a Santo Domingo- e poi sempre piu’ lontano, fino in Francia, magari a un
familiare…”stiamo bene…”. La vita appesa a un filo, anzi al satellite.
Le istanze internazionali riunite d’urgenza a Montreal stimano a dieci
anni il tempo necessario per la ricostruzione. Una stima in difetto per
molti haitiani. Eppure, forgiata dalla schiavitù, dalle dittature, dalle
fragili democrazie condite di corruzione e clientelismo, la gente vuole
ricominciare velocemente una vita normale e girare pagina. Magari puntando
su una ricostruzione che metta le basi per uno sviluppo sostenibile e
diverso da quanto e’ stato sinora. E forse la domanda piu’ sensata, al di
la’ delle date di scadenza, e’ quella su quale ricostruzione offrire a
questo paese. Se fosse schizofrenica come la macchina della cooperazione
internazionale di questi giorni, non ci sarebbe da augurarsi il meglio.
Sulla spiaggia alle porte della capitale, i banchetti che vendono carne di
maiale e banana fritti hanno ripreso a lavorare. Dietro di loro, alcuni
bimbi hanno trasformato un piatto di plastica in un aquilone, attaccandoci
una cordicella al centro e lasciandolo ondeggiare al vento. Corrono,
ridono.

Pubblicato su Il Riformista domenica 31 gennaio
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