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Passpartù 15: Da Rosarno a Castelvolturno, una fuga per la vita

A cura di Marzia Coronati • 15 gennaio 2010

La redazione di Passpartù questa settimana ha viaggiato in Campania, per raccogliere le testimonianze di chi è fuggito dall’inferno di Rosarno. I lavoratori in fuga da Rosarno che si sono riversati nel casertano ora aspettano di ristabilirsi in questa terra, ma sul territorio non c’è praticamente lavoro, solo un impressionante degrado. Sono tutti giovani di origine africana, che ci hanno raccontato i momenti di terrore che hanno vissuto e che ancora non riescono a dimenticare. In chiusura, Ritmi ci regalerà cinque minuti di musica dall’Etiopia.

[Immagine diBenjamin Béchet
Odessa / Picture Tank]

Il pranzo che ci servono in un locale della via Domiziana, la lingua di asfalto che taglia in due Castelvolturno, è 100% made in Africa. Le ordinazioni le dobbiamo fare in inglese e la ragazza ci fa capire che non c’è molta scelta: o carne e riso, o riso e carne. Appese sulle pareti del locale icone di Padre Pio e dipinti a olio del Vesuvio, mentre la televisione trasmette esclusivamente canali in lingua inglese. Castelvolturno, ex meta turistica della Napoli a bene, oggi è una colonia africana. Su ventimila abitanti, dicono alla Caritas, ottomila provengono dal continente nero, ma a guardarsi intorno sembrano molti di più. Di volti bianchi praticamente non se ne vedono, e di italiano se ne sente paralre ben poco. Le persone vivono in ex villette residenziali abbandonate, disseminate qua e là per la costiera, e chi non riesce a trovare nulla può farsi temporaneamente ospitare al Centro Fernades, la struttura di accoglienza della Chiesa diventata ormai punto di riferimento per centinaia di migranti. Al centro in questi giorni sono arrivati anche diverse persone in fuga da Rosarno, come ci ha raccontato Antonio Casale, responsabile della struttura. “Nulla di straordinario, a Castelvolturno c’è un flusso continuo di persone in cerca di accoglienza e la popolazione non è preoccupata. Siamo abituati da oltre venti anni a convivere con migliaia di africani”. Forse gli italiani di Castelvolturno non si sono lasciati intimorire dai fatti di Rosarno, forse non temono un’altra ribellione, come quella avvenuta nel 2008 dopo la strage di sei ragazzi di origine africana, ma c’è qualcuno che è spaventato, e molto. Sono le persone che hanno vissuto i giorni di Rosarno, come Stephan, che abbiamo incontrato fuori dal Centro Fernandes, e che dopo qualche titubanza ci ha raccontato quello che ha visto in Calabria. “Noi sappiamo che hanno sparato a due o cinque persone, con le pistole. Questo è stato fatto dalla gente di Rosarno. Dopo questi fatti abbiamo deciso di organizzare una manifestazione per dire quello che era successo, perchè ogni anno accadono questo tipo di fatti. La nostra manifestazione era per chiedere alle autorità di aiutarci, perchè quella situazione non andava bene, avevamo molta paura. Anche l’anno scorso gli abitanti avevano sparato a due persone, ma fortunatamente non erano morte. Le forze dell’ordine non hanno mai fatto niente. Hanno solo dato ai feriti un permesso di soggiorno della durata di tre mesi, che poi non si poteva rinnovare, e poi gli hanno detto di lasciare la città, perchè non era più sicura per loro. Ho lasciato la Calabria perchè la mia vita era in pericolo. Eravamo a casa quando quindici persone ci hanno attaccato con le pistole, perciò abbiamo cominciato a scappare, una corsa per la vita. Quelle persone nel frattempo hanno appiccato il fuoco alla nostra casa”.
Stephan è per la prima volta a Castelvolturno, ci viene spontaneo chiedergli perchè ha scelto questo posto dimenticato da Dio, invece di provare ad andare più a nord.
“Ho scelto Castelvolturno perchè qui in un certo modo è più sicuro, non al 100% però…almeno qui .ci sono persone del mio paese che possono aiutarmi. Spero di trovare un lavoro qui, così non sarò costretto a tornare in Calabria, perchè ora la vita lì è molto rischiosa, lì gli italiani che lavorano con noi girano con la pistola, e se li  facciamo arrabbiare ci sparano. So che due anni fa sei ragazzi sono stati uccisi qui a Castelvolturno, ma questa era l’unica alternativa. A Rosarno non si può stare adesso, la gente è arrabbiata, in cerca dell’uomo nero. L’unica alternativa era venire qui. Non ho scelto di andare in un altro posto dell’Italia perchè non ho i documenti, e non posso tornare nel mio paese perchè ho dei problemi lì. In più in nord Italia non ho nessun amico o parente”

Castelvolturno, un territorio senza prospettive, dove non c’è lavoro, dove i percorsi di integrazione sono inesistenti, sembra l’unica alternativa. Qui infatti si può sopravvivere quanto meno senza la paura di essere cacciati dal territorio nazionale. I controlli infatti sono praticamente inesistenti e se ci sono è possibile aggirarli corrompendo le forze dell’ordine, come ci racconta qualche migrante. “I carabinieri ci chiedono duecento euro per far finta di non sapere della nostro stato di irregolari” ci dicono. Insomma, meglio qui che  l’inferno di Rosarno. Un vero inferno, in cui le persone erano costrette a lavorare otto ore al giorno per guadagnare circa venti euro, e dove poi la sera si viveva in condizioni decisamente al di sotto degli standard minimi di sopravvivenza, dormendo sotto tenda in pieno inverno e senza possibilità di farsi una doccia alla fine della giornata lavorativa, come spiegano i medici di Medici senza frontiere che lavoravano negli accampamenti della piana di Gioia Tauro.
I braccianti in fuga da Rosarno che abbiamo incontrato tra Castelvolturno e Caserta parlavano tutti in inglese, anche se si trovano in Italia da anni. Non c’è nessuna interazione con gli italiani. Gran parte di loro conosce giusto qualche parola necessaria per riuscire a guadagnarsi i soldi per sopravvivere e per ottenere i documenti per non essere sbattuti fuori. E in inglese raccontano la paura che in quei giorni li ha assaliti, e che ancora si portano sulle spalle. Raccontano di come subivano da tempo minacce e violenze fisiche da parte della popolazione calabrese, e di come a un certo punto non ce l’abbiano fatta più. Davanti all’Ex-Canapificio di caserta, il mercoledì succcessivo ai fatti di Rosarno c’erano decine di persone. Ma non è una novità per il noto sportello di migranti. Il lavoro dei volontari dell’ex-canapofcio è conosciuto e rispettato in tutto il casertano. Accorrono da Napoli, Acerra, Afragola per farsi seguire le pratiche qui. tra le persone in fila incontriamo Francis, un ragazzo di origine ghanese. Francis è arrivato a Caserta da pochi giorni. Anche lui era andato in Calabria per raccogliere le arance. Ci ha raccontato la sua storia: “Degli amici nostri erano andati in città, per comperare cibo, quando a un tratto sono arrivati degli italiani alla loro sinistra e un italiano a sparato su uno dei nostri, e l’hanno ferito. A Rosarno ci sono due accampamenti, uno per la gente del Ghana, l’altro per la gente del Burkina Faso. Ci hanno detto che avevano sparato a 4 persone, in città, era gente del Burkina. Ci hanno detto che due di loro erano morti. Ci siamo detti ” se non facciamo qualcosa questo succederà ogni anno”. Per questo abbiamo fatto una manifestazione, per dire che anche noi siamo esseri umani, non siamo animali. Abbiamo cominciato a manifestare. Il sabato mattina, abbiamo deciso di andare al municipio. Mentre stavamo andando li, qualcuno ha distrutto delle macchine, e a quel punto anche gli italiani hanno cominciato a manifestare. Ci sono stati degli scontri, molta gente è stata ferita, non posso dire quante persone sono state ferite. Qualcuno di noi stava andando a lavorare, e non è più tornato, non rispondeva neanche più al telefono. Nessuno ci ha spiegato cosa è successo, ma la polizia è solamente arrivata e ci ha raggruppati per farci andare via. Dovevamo andare via se no ci ammazzavano. Non volevano più vedere gente nera nelle strade. Non ci è stato neanche permesso di andare in città per prendere i nostri vestiti. Quindi la polizia ci ha messo su dei pullman e ci ha portato via. A me mi hanno portato a Crotone, al campo di Crotone. E ieri sono arrivato qui”.
A Crotone, ci ha raccontato Francis, la polizia ha dato la possibilità, a quelli che avevano i documenti, di lasciare il centro di accoglienza, mentre chi, come lui, non aveva i documenti, è stato inviato alla questura della città da dove arrivava. Nel suo caso, Caserta. Ora aspetta di avere i documenti, e poi non sa che farà. Il suo vicino di fila, Jon, invece dice che sa bene cosa farà appena avrà i documenti: scapperà dall’italia. “E’ inutile rimanere in questo paese che non ci vuole. Vedi quello che è successo in Calabria? Ma perchè dobbiamo stare qui a rischiare la vita? se volevo stare in un posto in cui si rischia la vita rimanevo nel mio paese”. Ma non sa jon dove scappare. Fuori dall’italia si, ma chissà dove. Forse in Francia o in Spagna. E non si può dargli torto. Il casertano, quel territorio cioè che molti dei fuggitivi di Rosarno vedono come unica alternativa, è stato solo due anni fa teatro di quella famigerata strage in cui persero la vita sei persone. L’azione portava la firma del clan del noto camorrista Giuseppe Setola, che proprio in questi giorni è sotto processo.

La puntata è stata realizzata grazie alle testimonianze di Stefan, Francis, Jon, Antonio Casale, Loris De Filippi

In redazione: Elise Melot, Francesco Diasio, Khaldoun

Passpartù è un programma a cura di Marzia Coronati

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