Rifugiati climatici: il caso Bangladesh approda a Copenhagen
A cura di Marzia Coronati • 11 Dicembre 2009Mr Shamsuddoha, dell’Equity and Justice Working Group del Bangladesh, era uno dei relatori dell’incontro “Vogliamo diritti per i rifugiati climatici”, uno dei numerosi workshops svoltosi al Klima Forum di Copenhagen. In questo quinto giorno di lavori, tra le tematuche affrontate all’interno del DGY-Byen, la struttura che ospita il forum, ampio spazio è stato dato ai cosiddetti migranti climatici, le persone cioè costrette a lasciare la loro terra di origine per cause legate a fattori ambientali, quella gente che con un acronimo inglese è definita ICF, Induced Forced Migrants.
Il Bangladesh, piccolo stato dell’Asia del sud, è da sempre a rischio di disastri climatici. Cicloni, tempeste, violente mareggiate si abbattono sul paese con una frequenza inquietante. Negli ultimi anni il riscaldamento globale sta peggiorando le condizioni climatiche e aumentando il succedersi di avvenimenti disastrosi. I cambiamenti climatici stanno avendo coseguenze disastrose sull’agricoltura, che costituisce il 50% del sostentamento alimentare della popolazione, rendendo imposssibile la permanenza di questo popolo sulla terra. Secondo Mr. Shamsuddoha dal 1995 ad oggi circa 15 milioni di bengalesi sono stati costretti a migrare in India, la maggior parte dei quali illegalmente, e l’aumento del livello del mare oggi sta mettendo a rischio l’essitenza del 18% della popolazione.
Ma il Bangladesh non è l’unico paese a produrre un numero enorme di profughi climatici. Il Vietnam potrebbe nel giro di poco tempo perdere cinquecentomila ettari di terra nella zona del Red River Delta e altri due milioni nel Mekong Delta, costringendo dieci milioni di persone a spostarsi. Il 70% della costa nigeriana, circa 12,7 milioni di ettari, potrebbe essere mangiata dal mare, la capitale del Gambia potrebbe essere interamente sommersa e l’Egitto potrebbe perdere due milioni di nuovi migranti ambientali.
Nonostante la portata impressionante del fenomeno, secondo la Convenzione di Ginevra, questi profughi non hanno diritto allo status di rifugiati e non godono di normative internazionali su cui appogiarsi. “Abbiamo bisogno urgentemente di un riconoscimento legale” conclude Mr. Shamsuddoha, che riesca ad impedire questi imminenti disastri ambientali e umanitari”.


