Fotogiornalismo: il bavaglio è la precarietà

In Italia, su circa tremila addetti al settore del fotogiornalismo, solo una ventina lavorano come dipendenti di testate giornalistiche. Gli altri sono liberi professionisti precari, costretti a confrontarsi quotidianamente con numerose difficoltà economiche e organizzative.

“Aldil? delle singole violazioni che molti fotogiornalisti hanno subito, dalle aggressioni al sequestro delle schede video o della macchina fotografica, ci sono problemi oggettivi legati alla dura realt? economica” spiega Amedeo Vergani, rappresentante dei fotogiornalisti dell’Alg, associazione dei giornalisti lombardi, “nel momento in cui un fotogiornalista si ritrova a non essere pagato, ? chiaro che diventer? molto pi? ricattibile e molto piu cauto nell’esporsi”.
Non solo i giornali non fanno pi? assunzioni, ma non hanno (o non vogliono pi? spendere) i quattrini per pagare gli inviati, un altro elemento di limitazione alla libert? di informazione. “Gli introiti dei fotoreporter oggi vengono sostenuti da entit? variegate, dagli enti del turismo, nel caso di riviste di turismo di viaggi, alle Ong, per le testate che trattano la crisi nel mondo. Il fatto di non essere pagati dall’editore sottrae autonomia al reporter, vincolato alle volont? di chi lo ospita” continua Vergani.
Sul dibattito riguardante i criteri di selezione delle immagini – riapertosi in questi giorni dopo lo scatto del marine agonizzante in Afghanistan pubblicato dalla Associated Press – Vergani parla chiaro: “E’nostro dovere raccontare tutto quello che accade in pubblico. Non siamo censori, siamo giornalisti. Siamo come uno specchio: tutto quello che si riflette nello specchio, c’?”.

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