Lampedusa: i respingimenti non dureranno a lungo, già in costruzione il nuovo CIE

Dieci giorni fa un’imbarcazione che trasportava 47 migranti provenienti dalla Libia è stata avvistata nel Canale di Sicilia. Quaranta di loro sono stati respinti da militari libici che navigano su motovedette regalate dalla Guardia di Finanza italiana, mentre sette persone, considerate in condizioni fisiche non adeguate per affrontare il viaggio di ritorno, sono state scortate a Palermo.

I lampedusani sanno che i respingimenti non potranno durare a lungo, e seguono preoccupati le vicende riguardanti i lavori per la costruzione di un nuovo Centro di Identificazione ed Espulsione. Il progetto che il Ministero dell’Interno ha fatto visionare al Comune prevede la costruzione di una struttura nell’area dell’ ex base  militare Loran in grado di ospitare circa 350 persone. “Oggi i lavori sono fermi, perchè l’area è una riserva naturale e non è possibile cementificarla, ma le leggi potrebbero essere facilmente aggirate costruendo strutture mobili” dichiara Mauro Buccarello, Assessore Immigrazione e Istruzione del Comune di Lampedusa. Da febbraio infatti nell’area in questione ci sono già una ventina di container in attesa di essere sistemati. Anche il Centro di soccorso e prima accoglienza di Contrada Imbriacola, semi-distrutto da un incendio questo inverno, è in fase di ristrutturazione. La domanda che i lampedusani si ripetono ogni giorno è: “Perchè il Governo vuole costruire un Cie e ristrutturare il centro di accoglienza se crede nell’efficacia della politica dei respingimenti che sta attuando?”

“E’ come se ci fosse un terremoto ogni naufragio” così Giusy Nicolini, Legambiente Lampedusa, commenta le stragi che avvengono ormai da anni nel Canale di Sicilia. La politica dei respingimenti voluta dal nostro Governo non fa altro che amplificare le possibilità di incidenti o naufragi nel Mediterraneo. Se è vero che da circa un mese a Lampedusa non ha messo piede neanche un migrante proveniente dall’Africa, è altrettanto vero che le partenze dalle coste nord-africane continuano ad esserci: respingerli significa costringerli alla reclusione nei Centri di detenzione libici, o a cercare nuove rotte, più lunghe e pericolose.

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