Cartoline da Lampedusa

Appunti di viaggio dall’isola di Lampedusa, isola porta d’Europa che da ormai quasi un mese assiste a un blocco totale degli arrivi dei migranti. Quinto giorno di viaggio.

Martedì 14 Luglio 2009

Quinto giorno

Sarebbero centodieci i migranti soccorsi in mare, accompagnati a Lampedusa e poi respinti in Libia a bordo di un aereo. La notizia, taciuta da tutti i mezzi di informazione, passa sulle bocche degli isolani. Il silenzio stampa delle autorità marittime, che abbiamo provato a intervistare e che hanno rifiutato qualsiasi tipo di contatto, non consente ai giornalisti di avere informazioni certe. “E’da gennaio che la guardia costiera non rilascia i permessi ai giornalisti per fare interviste” ci ha detto Achille Selleri, comandante della Capitaneria di Porto di Lampedusa. Quelli che sanno sono solo quelli che vedono con i propri occhi. Ma a Lampedusa nessuno è stupito. Nessuno ci credeva che la politica dei respingimenti potesse durare a lungo. “Siamo stati solamente presi in giro dal Governo” racconta Salvatore Cappello, abbronzatissimo imprenditore lampedusano e presidente di Sos Isole Pelagie, una delle associazioni in prima linea durante le proteste che questo inverno hanno scosso l’isola. “Ci avevano promesso strade nuove, scuole restaurate, meno tasse per la benzina, un miglioramento degli ospedali. E invece niente. La stagione turistica va malissimo anche per la cattiva pubblicità che l’Italia ci ha fatto tutto l’anno, facendo passare questo posto come un rifugio per immigrati, mentre le infrastrutture sono rimaste uguali così come le tasse. E ora ci vogliono fare credere che i migranti non arriveranno più. Ma loro invece continueranno ad arrivare, anzi, già arrivano. Siamo stanchi di non essere considerati italiani. A ottobre, quando si chiude la stagione turistica, ricominceremo con le proteste”.

Lunedì 13 Luglio 2009

Quarto giorno

Anche la barca di Damiano era dei turchi, come chiamano qui tutti quelli che arrivano da sud. L’ha comprata da un pescatore siciliano a 1800 euro. Un  prezzo di favore, d’altronde il gozzo è stato trovato in mare. Quando i migranti vengono soccorsi, spesso lasciano le imbarcazioni in mezzo all’acqua, abbandonate. Così, per la legge del mare, chi le trova le fa sue. Se sono intercettate dalle autorità marittime, vengono prelevate e trasportate alla discarica di Lampedusa. “E’ una gestione folle” dice Giusy Nicolini, Legambiente Lampedusa, “i relitti potrebbero costituire un’economia per l’isola, potrebbero essere messi all’asta o regalati alle famiglie di pescatori; invece sono ammucchiati in modo selvaggio nelle discariche, fino a quando non c’è più un millimetro quadrato di posto; solo a quel punto il Comune dichiara l’emergenza e trova dei finanziamenti per demolirli. Ci si dimentica che sono rifiuti speciali. Si toglie il motore mentre il resto si tritura e spedisce con le navi in Sicilia”. Secondo la Nicolini questo è l’unico grave impatto ambientale che ha creato l’arrivo di massa di persone dall’Africa. “Anche quando il centro di accoglienza ha raggiunto il massimo delle presenze le questioni ambientali sono sempre state gestite bene. E’ molto più complicato gestire le cose nei periodi di grande turismo”. In estate la popolazione dell’isola si quadruplica, quintuplica o anche di più. Le fogne si intasano, i rifiuti non si riescono a smaltire, è sempre più difficile fare rispettare le regole del mare e della riserva. Ogni luglio e ogni agosto l’isola vive in stato di emergenza.
La sostenibilità ambientale e paesaggistica, secondo Legambiente, non potrebbe essere mantenuta nel caso in cui il Centro di Identificazione ed Espulsione in preparazione nell’ex base Loran fosse aperto. Secondo il progetto del Ministero dell’Interno presentato al Comune di Lampedusa a primavera, sull’area militare sita a ponente dell’isola dovrebbe sorgere un mega-complesso in grado di ospitare 350 persone. L’area è sottoposta a vincoli europei per il rispetto dell’ambiente, che impediscono la cementificazione, ma si è già pensato a come fare per aggirare la legge. Oggi decine di container sono pronti. Le strutture mobili non contrasteranno con le norme europee e il Ministero dell’Interno ha già pensato a chi affidare l’opera. Si tratta di RI Spa, una ditta pugliese specializzata in container. Già nota per avere costruito campi rom in Puglia, oggi la società potrebbe aggiudicarsi un nuovo e fruttuoso appalto.

Domenica 12 Luglio 2009

Terzo giorno

Quando i container sono sbarcati a Lampedusa, quest’inverno, gli abitanti già lo sapevano. Erano stati avvertiti la notte precedente da un lampedusano che si trovava a Porto Empedocle e che aveva visto i grossi tir carichi di materiale edile pronti a entrare sul traghetto diretto a Lampedusa. “Appena lo abbiamo saputo, siamo corsi ad avvertire al gente. Abbiamo stampato centinaia di volantini e li abbiamo distribuiti. Abbiamo dato a tutti appuntamento sulla strada per raggiungere l’ex base Loran per provare a bloccare i camion. L’indomani eravamo in quattro sulla strada” racconta Anna Lisa. I container arrivati questo inverno sono ancora lì, sistemati all’interno dell’area militare che ospita l’ex base Loran.
La caserma Nato abbandonata ormai da diversi anni si è trasformata in un Centro di Identificazione ed Espulsione per immigrati questa primavera, e oggi i lavori proseguono al fine di allargarne la capienza, o almeno così si crede. In realtà, si sa ben poco di quello che accade laggiù. Situata a ponente, in uno dei posti meno frequentati dell’isola, l’area militare si estende tra una caserma e un’altra. Difficile che i turisti ci arrivino, ma difficile anche che ci vadano i lampedusani. “Io non ci vado da due mesi”  ci dice un ragazzo del movimento di lotta contro i Cie.
La situazione sembra variata di poco dall’arrivo dei container, ma la loro presenza silenziosa lì, in una piana di fronte allo stabile Loran, prelude a una ripresa dei lavori.
La base non dista molto dal cosiddetto cimitero delle barche, una discarica  in cui si ammucchiano da anni le barche sequestrate agli africani. Tra i relitti di legno ci sono montagne di oggetti. Scarpe, giubbotti di salvataggio, tappetini, giacche a vento. Sono imbarcazioni grandi, chiatte e forti, spesso in ottime condizioni. “Queste sono sequestrate e date a una discarica privata” ci spiega un pescatore “noi non possiamo venirci a prendere neanche un pezzetto”. Il cimitero delle barche è diventato un’istituzione qui e qualcuno ci prende in giro quando gli diciamo che ci siamo state: “Ah, siete venute a fare il solito tour”. Ma a guardarlo, a noi fa impressione. Nel silenzio della valle quintali di barche morte; gozzi blu e gialli  dai nomi arabi.
“Noi sono anni che assistiamo all’arrivo di persone straniere” ci dice Francesco, che nei primi anni del 2000 è stato volontario della Croce Rossa presso il centro di accoglienza che esisteva allora. “Sono sempre arrivate qui persone dall’Africa o anche da più lontano. E noi lampedusani li abbiamo sempre ben accolti. Quando si trattava di piccoli numeri c’era anche chi li ospitava nella propria casa, per fargli fare una doccia, per cambiare i vestiti, per mangiare qualcosa. Poi qualcuno ha cominciato a parlare di problemi, di sicurezza, di sbarchi. In cinque anni di volontariato non ho praticamente mai visto uno sbarco sull’isola: più del 90% degli arrivi è frutto di un soccorso in mare. Se una barca è in difficoltà, noi la soccorriamo e la portiamo qui”.
“Prima non aveva nome, non era un fenomeno. Erano solo persone che aiutavano altre persone. Oggi la chiamano immigrazione”.

Sabato 11 luglio 2009

Secondo giorno

L’ha scritto sopra a un sasso bianco e piatto. “Il lungo singhiozzo del violino di autunno ferisce il mio cuor con languido dolor”. Luciano l’ha tradotta così  la frase codice trasmessa da Radio Londra per annunciare lo sbarco in Normandia. “In quel giorno di giugno sono morti oltre quattromila ragazzi in poco più di un’ora” ha detto guardando la spiaggia. Il sasso su cui è scritta la frase fa da carena ha una piccola nave che Luciano ha costruito ai piedi della sua istallazione, il secondo monumento Porta d’Europa presente a Lampedusa. Sono tre fili sorretti da due pali da cui pendono camicie, maglioni, scarpe, pantaloni. Tutto quello che Luciano ha trovato tra gli scogli del Canale di Sicilia in questi ultimi mesi. “Sono i pezzi dei migranti. Chissà, alcuni di loro saranno morti”. Conosce tutti nella spiaggia che ormai qualcuno chiama con il suo nome: “la spiaggia di Luciano”, una piccola lingua di sabbia e scogli che affaccia sull’Africa. Chi viene a prendere il sole o a farsi il bagno guarda i vestiti appesi e si emoziona. “E’ molto più bella della Porta d’Europa che ci hanno costruito” commenta qualche lampedusano. Il rispetto della morte è molto vivo in quest’isola impregnata di cristianesimo. Al cimitero ci sono delle piccole croci di legno infilzate nel terreno, tra una tomba monumentale e un’altra. Ogni croce ha su un numero scritto a mano e un fiore sopra. Nessun nome, solo numeri. Si fa presto a capire da dove provengono quei corpi.
C’è rabbia e dolore per quello che succede. “Io al cimitero non ci sono più andata, dal giorno dei funerali” racconta Annalisa. “Fa male vederli litigarsi un pacchetto di cracker quando li incontri in alto mare, tutti stretti in un gommone, che tremano” dice Damiano, un pescatore della zona. Parlano tutti al presente, nessuno ci crede che il blocco degli sbarchi durerà a lungo. Ne è convinto anche Gianfranco, un fotografo lampedusano: “Non si può costringere la gente a non muoversi. Sarebbe come volere cambiare il proprio Dna. E’ impossibile”  . “Secondo me gli sbarchi ricominceranno verso ottobre, quando la stagione estiva è finita. L’immagine dell’isola allora potrà di nuovo essere infangata e ai lampedusani gli starà bene, perché avranno di nuovo bisogno di soldi”. La presenza di migranti sull’isola è un business per centinaia di famiglie lampedusane. I rifornimenti di pane e acqua, la pulizia e manutenzione del centro, la mensa. Appaltati alla Cooperativa Accoglienza Lampedusa e finanziati dal Governo, questi servizi fruttano un bel po’ di quattrini, così come hanno fruttato tutto l’inverno le centinaia di militari che hanno occupato le stanze degli alberghi e consumato in bar, locali e ristoranti. Dopo le manifestazioni di gennaio, tre giorni di sciopero in cui tutto il popolo lampedusano è sceso in piazza per protestare contro le politiche di un Governo inerme di fronte alla mancanza di infrastrutture dell’isola, lo Stato ha lanciato un po’ di briciole che sono bastate a far stare tutti zitti. “Ci  siamo venduti tutti” dice Annalisa guardando per terra. Le scuole ancora cadono a pezzi  e l’ospedale è ancora inesistente, non esiste una sala parto né la possibilità di fare la risonanza magnetica. Per partorire o per fare una tac si va in Sicilia. Ma il governo ha mandato i militari ha rimpolpare le tasche dei gestori di locali, e i container con il materiale per costruire un nuovo centro per migranti. Anche questa nuova struttura è vuota. Quello che si chiede oggi la gente è come è possibile credere che i respingimenti dureranno, se solo pochi mesi fa sono iniziati i lavoro per costruire un nuovo centro.

Venerdì 10 Luglio 2009

Primo giorno

“Se non sei capace a governare, se fai il dittatore e lasci morire la gente di fame, vattene. Lascia il posto a qualcun altro. Lo faccio io il governatore laggiù in Africa, che lo so fare meglio di loro”. Ettore avrà più di settanta anni. Occhi blu incassati in una faccia scolpita dal sole e dal vento. E’ il più grande pescatore di calamari di Lampedusa, dice la gente. Ha viaggiato per tutto il mondo, Ettore. Boston, America del Sud, Dakar. Ora è tornato a Lampedusa, e sui respingimenti in mare dei migranti non racconta molto. E’speranzoso, dice che il problema è laggiù, che forse se non arrivano più qui hanno cominciato a risolvere le cose a casa loro. Ma il padrone del bar dove abbiamo incontrato Ettore non è di così belle speranze. “Io ci sono andato, dentro al centro dove tenevano gli immigrati. Quando c’è stato l’incendio, ci hanno fatto entrare, perché sono un volontario dei Vigili del Fuoco. C’erano più di duemila persone, chiuse dentro a una stanza. Come cani. Andatelo a vedere il centro. Andateci! Vedrete come ci entrano duemila persone”. Il centro di cui parla è il Centro di Soccorso e Prima Accoglienza di Contrada Imbriacola. E’ lì che dormono e mangiano i migranti che sbarcano sull’isola, è da lì che a gennaio è partita la rivolta che ha portato all’incendio del centro e alla “fuga” di una ventina di africani. “Non sappiamo se sono usciti da soli, crediamo sia più probabile che li abbiano fatti uscire. Comunque quei giorni sono stati bellissimi. Noi lampedusani abbiamo aperto i supermercati per loro, gli abbiamo portato vestiti e cose da mangiare, abbiamo continuato ad assistere alcuni di loro che si erano dati alla macchia nell’interno dell’isola” ci racconta Gianluca “ma ora le cose sono completamente cambiate, è arrivata la stagione estiva e la gente dimentica in fretta, non si parla più di loro”. I ricordi di questo inverno sembrano spazzati via dal vento. Nelle stanze d’albergo occupate per mesi dai più di mille militari che il Governo aveva spedito sull’isola oggi alloggiano i turisti. Barbara Molinario, operatrice Acnur che lavora dentro la struttura di Contrada Imbriacola, non sa neanche che fine hanno fatto i diciotto processati per l’incendio e la rivolta di gennaio. “In quei giorni il centro, che formalmente era stato trasformato in Centro di Identificazione ed Espulsione, accoglieva 1800 ospiti, noi dell’Acnur eravamo solo in due… sono stati giorni intensissimi”. Se ne è accorta anche Annalisa, che il centro era sovraffollato. Quando il paese era in rivolta e il sindaco ha fatto da capofila a una marcia verso la struttura, lei è stata una delle uniche tre persone che è riuscita a entrare dentro. “Dormivano all’aperto, su dei teli, uno sopra all’altro. Stavano su vecchi materassi inzuppati d’acqua. Qualcuno si metteva dentro ai sacchi neri dell’immondizia”. Barbara Molinario si occupa dei richiedenti asilo, il 75% di chi passa dal centro; registra i nominativi e organizza le spedizioni verso il “continente”. In diciotto mesi di progetto, ha visto passare davanti ai suoi occhi più di quarantamila persone. Ora il suo lavoro è davanti a un computer, dentro a una struttura vuota.
Non arriva nessuno, ma non c’è nessun lampedusano che crede che durerà a lungo. E’ un popolo di viaggiatori, questo. Conoscono la natura dell’uomo. “Si parte, quando non si sta bene, per poi forse ritornare”.

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