Passpartù 38: la legge della Jungle

In questa penultima puntata di Passpartù travalichiamo le Alpi per andare a vedere come vivono i migranti in Francia. Gran parte di loro è passata per l’Italia ma poi ha deciso di tentare la fortuna in quest’altro paese europeo. Come vedremo, anche lì le cose non sono semplici. In chiusura poi Ritmi ci proporrà un rap parigino. La prossima settimana, in occasione dell’ultima puntata, la nostra redazione si sposterà a Lampedusa, per andare a toccare con mano la famosa porta d’Europa.

La situazione dei migranti che vivono o attraversano la Francia ricorda molto quella italiana, a partire dall’esternalizzazione delle frontiere a cui stiamo assistendo in questi ultimi mesi. Così come l’Italia ha accordi con la Libia o con la Grecia per respingere le persone che arrivano via mare nei loro paesi di origine, così anche la Francia ha accordi con altri paesi per organizzare i rimpatri e i respingimenti. Una delle zone più calde si trova nel Nord-ovest, nella regione di Calais, sul litorale, a 35 chilometri dall’Inghilterra. Da qui i migranti tentano di lasciare il territorio francese per raggiungere le coste inglesi. In Inghilterra infatti, fino a poco tempo fa, il sistema di rilascio dei documenti e dei permessi di soggiorno era molto più semplice rispetto a quello di altri paesi europei. Oggi le cose sono in parte cambiate, ma i migranti tentano comunque di raggiungere l’isola britannica perché lì si trovano i loro parenti, amici o connazionali, e anche perché molti di loro parlano inglese.
L’associazione Salam è impegnata dal 2002 nell’accoglienza, soccorso e sostegno ai migranti della regione di Calais. Da quando, sei anni fa, hanno chiuso il campo di Sangate, l’unico campo di accoglienza presente nella zona, le cose sono radicalmente cambiate, ci ha raccontato una volontaria di Salam, Sylvie Copyans (clicca qui per leggere il testo inegrale dell’intervista). “A Calais pensiamo che ci siano circa settecento persone. Tra  Calais e Dunkerque, dove si trova un porto chiamato Loon-plage, ci sono squat su tutto il litorale, lì crediamo ci siano circa duecento migranti. Più quelli che stanno nell’ interno, nelle aree di sosta delle autostrade, dove sperano di poter salire su i camion. Sono quindi più di mille persone che vivono in condizioni drammatiche e disumane nella regione del Nord-Pas de Calais. Questi migranti non hanno né passaporto né documenti, e cercano di nascondersi nei tir. sopra, dentro, o ancora più pericoloso, sotto ai tir. A Calais sono tanti, come ho detto prima, circa settecento, perciò è diventato molto difficile riuscire a nascondersi nei camion, è anche per questo che le persone hanno cominciato a spostarsi lungo il  litorale. Oggi hanno molto difficoltà ad attraversare, a volte  rimangono tre, quattro mesi o anche di più aspettando un passaggio”.
Durante l’attesa, i migranti vivono nei boschi nei dintorni di Calais, le cosiddette Jungle, o in delle capanne sui moli presenti sul litorale.

Il rischio di essere processati, multati, o incarcerati in cui incorrono le persone che aiutano gli stranieri sul territorio francese è molto alto. Il Gisti, associazione storica specializzata in diritto degli stranieri, denuncia da tempo i processi ingiusti in cui sono incorsi e incorrono ancora oggi centinaia di persone “colpevoli” di avere aiutato uno straniero in territorio francese, come ci ha detto Violaine Carrère, ricercatrice del Gisti (clicca qui per leggere la versione integrale dell’intervista). Il Gisti sta pubblicando su internet un elenco di casi di persone che sono state processate e condannate.

L’aiuto ai migranti viene scoraggiato in tutti modi dal governo francese: si può essere processati ad esempio anche se si protesta contro la modalità di respingimento con cui gli stranieri sono spediti nei loro paesi di origine. Spesso infatti i rimpatri avvengono su voli commerciali in condizioni disumane: le persone viaggiano in manette, imbavagliate, con le gambe legate. Chi ha provato a protestare contro queste azioni, è stato processato per ribellione, oltraggio,  o per “ entrave à la circulation d’un aéronef”: ostacolo alla circolazione di una aeronave.
Secondo le normative europee i respingimenti collettivi sono illegali, per cui i governi in teoria potrebbero attuarli solo di forma individuale, quello che però accade nella pratica è che per risparmiare sui voli si aspetta di raggiungere il numero di migranti necessario per riempire l’aereo e poi li si rispedisce a casa. In un passato non molto lontano, ci hanno raccontato dal Gisti, è accaduto che interi quartieri sono stati chiusi per cercare persone della stessa nazionalità e rimpatriarle tutte insieme.

Ma non è solo una parte della popolazione francese ad opporsi alle politiche migratorie del governo. Oggi anche i migranti hanno consapevolezza di come stanno le cose. All’interno dei “centre de rétention”, i nostri ex-cpt per intenderci, da tempo si sono alzate proteste e denunce. Una delle proteste più importanti è stata quella del giugno 2008, quando nel centro di Vincennes, nella periferia parigina, i detenuti hanno appiccato il fuoco alla struttura.

Le rivendicazioni dei detenuti nei 24 centri della Francia metropolitana sono le stesse che fanno i migranti in Italia; d’altronde, parte di quelli che si trovano in Francia, sono passati dall’Italia e sono scappati perché non riuscivano ad ottenere i documenti, perché non trovavano lavoro o perché erano oggetto di episodi razzisti. Le politiche migratorie francese e italiana fanno parte di una grande giostra, il cui meccanismo gira attorno alle normative europee e a accordi bilaterali tra gli stati. Come l’Italia sta esternalizzando le frontiere nel canale di Sicilia, collaborando con le forze di polizia libiche, così la Francia sta esternalizzando le frontiere in Inghilterra e viceversa l’Inghilterra in Francia, come ci ha raccontato Violaine Carrère: “Siamo in un regime di quasi totale collaborazione, i poliziotti inglesi possono intervenire sul territorio francese, e spesso in questo caso parliamo di Calais perché per adesso si verifica questa situazione lì, però in futuro si dovrebbe estendere. Nelle stazioni di treno  che possono portare a Calais, come ad esempio la Gare du Nord a Parigi, dove la polizia inglese è abilitata a fermare e sorvegliare le persone sospettate di voler andare a Calais e poi  in Inghilterra. Sono quindi presenti durante tutto il tragitto, e sappiamo che quest’accordo si dovrebbe estendere anche a tutti i porti da dove si può andare in Gran Bretagna, cioè a tutto il litorale nord della Francia e anche al litorale del Belgio, cioè dove ci sono migranti che aspettano di poter attraversare.  C’e una cooperazione tra le forze dell’ordine europee sulle questione migratorie, ad esempio c’e una sorveglianza dei richiedenti asilo, si tratta della famosa ripartizione del fardello, è cosi che se dice, sancita dagli accordi di Dublino 2 e attivata attraverso l’ archivio Eurodax. Poi c’è Frontex, che coordina tutte le operazioni marittime che sono cofinanziate e organizzate da tutti i paesi dell’Unione Europea. La cooperazione nel dominio del controllo delle frontiere e quindi già molto organizzata e effettiva”.

Il brano proposto da Ritmi era “Thé à la menthe”, di La Caution, tratto dall’album Peines de maures

Ospiti della puntata: Sylvie Copyans, Violaine Carrère, Fred

Questa trasmissione è stata curata da Elise Melot e Marzia Coronati

Appuntamento alla prossima settimana direttamente dall’isola più a sud d’Italia: Lampedusa!

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