Perù: in manette tutte le persone con il volto indigeno

Centinaia di dispersi e decine di feriti. E’ il bilancio tragico degli scontri tra le forze dell’ordine guidate dal governo peruviano e le comunità indigene dell’Amazzonia. Le fonti ufficiali minimizzano i numeri delle vittime carneficina, ma le fotografie e i video scattati durante gli attacchi sono la prova di una realtà terrificante. A Bagua, nord del Perù, il Governo ha ordinato un rastrellamento delle comunità indigene.

I disordini sono iniziati venerdì 5 giugno, quando c’è stato uno scontro molto violento tra la polizia della Direzione Operazioni Speciali  e i nativi  che abitano nel dipartimento dell’Amazzonia nei pressi della cittadina di Bagua, a nord del Perù, nella selva. Alle cinque del mattino le forze dell’ordine hanno cominciato a lanciare bombe lacrimogene, gli indigeni allora hanno risposto con lancie e frecce, armi artigianali, dando il via al contrattacco dei poliziotti, che hanno aperto il fuoco mietendo morti e feriti.
Secondo le fonti ufficiali, le vittime di quell’attacco sono state dodici: nove poliziotti tre nativi; ma le fotografie e i video che in questi giorni sono stati diffusi mostrano immagini di diversi nativi morti, per lo meno venti. Le cifre ufficiali sicuramente non corrispondono alla realtà. “Siamo certi purtroppo che ci siano molte vittime tra i nativi, anche se i cadaveri non sono stati ritrovati; ma sembra che alcuni corpi siano stati bruciati, altri gettati nel fiume. Calcoliamo che i morti siano circa cento, ci sono infatti molti dispersi, che è probabile che siano morti; il nativo infatti d’abitudine comunica sempre con la sua comunità. Se ancora non si è messo in contatto con nessuno, è possibile che non sia vivo” racconta Gabriela Mendoza, dell’associazione Servindi. Dopo gli scontri della mattina del 5 giugno, a Bagua  si è decretato il coprifuoco: è stato vietato di uscire di casa dalle tre del pomeriggio alle sei del mattino. Ora la zona è controllata dalle forze dell’ordine.

La protesta amazzonica, che coinvolge tutti gli abitanti della selva peruviana, è scaturita dopo l’approvazione di due decreti legislativi approvati dal governo peruviano che fanno parte del Tlc, il trattato di libero commercio con gli Stati Uniti. “Questi decreti vanno a pregiudicare la vita delle comunità indigene che popolano la selva, per questo loro pretendono che il governo li avrebbe dovuti consulatare prima di approvarli, come è anche sancito dal principio di consulta previa affermato nel Convegno 169 dell’Oit. Il decreto legislativo 1090, per esempio, riduce del patrimonio forestale del Perù, favorendo le concessioni e legittimando il cambio d’uso delle terre, che fino ad oggi erano di patrimonio forestale, e che d’ora in poi potrebbero ospitare progetti di basi di  petrolifere o simili, se il Governo le dichiarerà di interesse nazionale”  spiega Mendoza.
Da qui è cominciato tutto, circa un anno fa.
“In agosto 2008, con il primo sciopero amazzonico, si è ottenuta la deroga dei due decreti legislativi. Dopo la deroga lo sciopero cessò e iniziòun periodo di dialogo con le Istituzioni. Durante i mesi di gennaio, febbraio e marzo di quest’anno però il Congresso non ha aperto nessuna discussione riguardo ai decreti; allora le comunità hanno sollecitato il Governo a confrontarsi ma nessun dialogo è stato intrapreso. I nativi amazzonici hanno allora deciso di ricominciare con gli scioperi, il 9 aprile; dopo questa protesta il presidente del Consiglio dei Ministri ha dichiarato di volere intavolare un dialogo tra le autorità del Governo e i leader indigeni, per parlare dei decreto e per decidere se derogarli o modificarli. Nell’incontro stabilito tra la presidenza del Consiglio dei Ministri e gli indigeni amazzonici non si sono mai create le condizioni per una negoziazione chiara, non si riusciva a raggiungere nessun accordo; contemporaneamente la protesta nella selva continuava” continua la portavoce di Servindi.

Dieci poliziotti sono stati sequestrati e poi uccisi dai nativi. Di fronte a questi fatti il Governo ha fatto passare gli scontri come attacchi alla polizia da parte delle comunità indigene, mentre in realtà c’è stato uno scontro e i nativi hanno reagito per difendersi. Il Governo sta parlando di terrorismo, di criminali, di delinquenti. Un ordine di cattura pende su Alberto Pisango, il presidente dell’Aidesep, l’associazione interetnica di sviluppo della selva peruviana. Non sappiamo  dove si trovi Pisango, ma se lo riusciranno a rintracciare finirà in prigione e come lui diversi dirigenti amazzonici. Il Governo sta portando avanti una pressante campagna diffamatoria, definendo i nativi “rivoluzionari”, “insorgenti”, “terroristi”.
Testimoni locali non indigeni che si trovano a Bagua hanno raccontato che in questi giorni le forze dell’ordine stanno mettendo in manette tutti i cittadini con il volto indigeno che incontrano per strada. Siamo di fronte a un vero e proprio rastrellamento, e questo lo ha denunciato anche il comunicatore del vicariato di Caen, un organo della chiesa cattolica.

Stanno perseguitando anche i feriti. La Defenseria del Pueblo riporta che c’erano piu di trenta indigeni feriti in Commissariato: medici e infermieri hanno raccontato che la polizia li ha portati via dall’ospedale con la forza.

“Il decreto 1090 era stato dichiarato incostituzionale dalla Commissione Costituzionale, che aveva anche detto che bisognava procedere con la deroga. Il giorno prima degli scontri di Bagua Mauricio Mulder, segretario generale del partito aprista, chiese di non parlare in sede congressuale di questa anti-costituzionalità, cosi il Congresso ha votato e ha approvato il decreto 1090, senza considerare minimamente la discussione relativa alla deroga. Questa decisione ha rafforzato la protesta indigena, per questo il giorno dopo sono accudi i fatti di Bagua” conclude Gabriela Mendoza.

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