Roma: la società civile iraqena pone le basi per un nuovo forum sociale?

Si è conclusa la settimana di incontri e dibattiti che ha visto riuniti a velletri 38 esponenti della società civile iraqena e una quarantina di attivisti internazionali impegnati nel sostegno e nella solidarietà con il popolo iraqeno.  Nei gruppi di lavoro e negli incontri gli iraqeni hanno messo in evidenza quali sono le priorità e le lotte del loro popolo alla vigilia dell’uscita dell’esercito americano dal Paese ed hanno cercato di sfruttare l’esperienza delle organizzazioni straniere. La società civile iraqena è infatti rinata nel 2003 dopo 35 anni di rigidissima dittatura e quindi pecca d’esperienza e porta ancora chiari i segni degli anni del terrore, in cui essere dissidenti voleva dire rischiare la vita propria e delle proprie famiglie.

Tuttavia il crollo del regime di Saddam non ha spazzato via i problemi del regime baathista come fosse una bacchetta magica e sono molte le norme del vecchio regime ancora in vigore, come ad esempio le leggi del 1987 sui sindacati. Tra le altre riforme di cui si sente ancora la mancanza ci sono anche le leggi a tutela della libertà di stampa ed espressione e quelle sulla libertà di associazione e per il riconoscimento delle organizzazioni non governative. Poi ci sono anche i casi in cui le leggi introdotte dopo l’intervento americano sono peggiorative rispetto alle norme vigenti sotto il regime di Saddam, l’esempio più lampante è il codice di famiglia che in Iraq era laico fin dal 1959 e quindi si applicava a tutti i cittadini indipendentemente dalle appartenenze etniche, nazionali o religiose, mentre nella nuova costituzione l’articolo 41 delega il diritto di famiglia alle tradizioni tribali e religiose, aprendo le porte ai tribunali religiosi e mettendo in crisi le tante famiglie miste presenti nel paese.

Al termine della conferenza l’impressione è che si sia aperto un processo lungo che porterà alla formazione di una società civile e di una rete di movimenti più matura, ma nei tempi necesari agli iraqeni per superare i traumi delle guerre che hanno continuamente sconvolto il paese a partire dagli anni ’70, quelli della sanguinosa dittatura di Saddam Hussein ed infine quelli di una occupazione che ha imposto una infrastruttura democratica calata dall’altro e più attenta alle esigenze e gli interessi delle forze occupanti che a quelli del paese, trattando solo con i potentati economici, religiosi e politici e senza coinvolgere il grosso della popolazione iraqena nel processo democratico se non al momento del voto.

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