Passpartù 14: le lingue del Corano

In questa puntata di Passpartù, un focus sui migranti di religione musulmana che vivono in Italia e sulla libertà di culto di cui godono nel nostro paese. Volteremo poi pagina ricordando alcuni punti della ratifica del trattato tra Italia e Libia approvato alla Camera il 21 gennaio scorso e chiuderemo come di consueto con Nomadi, la rubrica di Elise Melot.
Predicare il Corano nella lingua del Paese in cui si trova il musulmano. E’ quanto ha proposto il Presidente della Camera, Gianfranco Fini,  a conclusione della sua visita ufficiale negli Emirati Arabi Uniti. La proposta, se si fosse limitata ad una questione linguistica, non avrebbe fatto nessuno scalpore, anzi, non avrebbe costituito neanche una novità, dal momento che esistono già in Italia moschee, come la Grande Moschea di Roma, in cui il sermone  viene tradotto in italiano. Quello però che ha deststo polemiche e diviso in due la società musulmana è la motivazione data dal presidente della Camera per cui si renderebbe necessaria la traduzione,   “la traduzione va fatta per controllare che non ci sia alcun tipo di predicazione e di istigazione all’odio durante un momento che deve essere soltanto religioso” ha detto Fini.
In molti luoghi di culto la traduzione già si fa, per venire incontro alle esigenze di tutti i musulmani che non parlano arabo, l’80% dei musulmani del mondo. In italia la traduzione è utile anche agli italiani convertiti. Oggi si stima che sono tra i 50-60 mila gli italiani musulamani, anche se di questi circa la metà è costituita da cittadini stranieri che hanno ottenuto la nazionalità italiana, mentre sono 250mila i musulmani figli di seconda generazione che vivono in Italia.

Nella seconda parte della puntata approfondiamo i contenuti della ratifica del trattato di amicizia Italia-Libia,  approvata il 21 gennaio alla Camera, firmato dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dal leader libico Muammar Gheddafi il 30 agosto del 2008 .
L’accordo prevede una spesa complessiva di 5 miliardi di dollari americani che l’Italia si impegnerà a devolvere alla Libia in venti anni, attraverso progetti infrastrutturali, ma anche borse di studio e programmi di cure presso istituti italiani a favore delle vittime dello scoppio di mine. L’ articolo 19 del Trattato poi prevede la “collaborazione nella lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata”. In particolare, si  ipotizza un costo complessivo di 300 milioni di euro, di cui la metà a carico dell’Italia e l’altra metà a carico dell’Unione Europea, da investire nel l’intensificazione della collaborazione in atto nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti e all’immigrazione clandestina, attraverso la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche da affidare a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche, ipotizzando, inoltre, che saranno realizzati sistemi diversi di controllo, sia radar sia elettronici.
Nel Trattato dunque si parla del potenziamento delle azioni di contrasto dei migranti africani, ma nulla si dice sulla tutela reale dei diritti umani di migliaia di uomini e donne in balia della polizia libica.Per denunciae questo imbarazzante silenzio, è stata promossa a Roma una settimana di proiezioni di Come un uomo sulla Terra, il documentario prodotto dalla onlus Asinitas che raccoglie la voce diretta dei migranti africani sulle brutali modalità con cui la Libia controlla i flussi migratori, su richiesta e grazie ai finanziamenti di Italia ed Europa.

Ospiti della puntata: Khaled Chaouki, Ahmad Gianpiero Vincenzo, Nure Alam Bachu, Francesca Casella

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One Comment;

  1. paolo said:

    E’ sempre interessante sentirvi, la trasmissione non stanca mai

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