West Bengala: la guerra tra poveri, scatenata dai ricchi

Proprietari contadini senza più terre; mezzadri costretti a lavorare molto meno rispetto al passato; operai di fabbrica a rischio licenziamento; la Tata Motors che probabilmente non riuscirà a produrre l’auto più economica del mondo. Come ha detto la sindacalista Anuradha Talwar, il caso Tata in West Bengala non vede vincitori: “Abbiamo perso tutti, perchè il Singur non sarà mai più quello di una volta”.

Secondo l’a Campagna della Riforma della Banca Mondiale il modello di sviluppo indiano rischia di incappare negli stessi errori di quello occidentale degli anni ’60. Clicca qui per ascoltare l’intervista a Antonio Tricarico (CRBM)

Il caso Tata in Singur, West Bengala ha inizio due anni fa. Da allora ad oggi il colosso industriale ha occupato circa mille acri di terra ai fini dello stanziamento di fabbriche che dovrebbero, tra l’altro, produrre la Nano, l’utilitaria più economica del mondo. A questa invasione delle terre i movimenti contadini si sono opposti più volte con proteste e scioperi, a volte finiti in dure repressioni. L’ultima ondata di manifestazioni, avvenuta in queste settimane, si è conclusa con 11 giorni di picchettaggio massiccio.
Le proteste hanno forzato la Tata Motors ha fare una dichiarazione, all’inizio della settimana passata, secondo la quale la compagnia rinunciava all’investimento in Singur. “Questo è inimmaginabile”, ha spiegato Antonio Tricarico, della Campagna della Riforma della Banca Mondiale (CRBM), “sicuramente si tratta di una posizione strumentale per ottenere altro”. La compagnia infatti ha già investito centinaia di milioni di dollari in quella regione, e certamente non è disposta ad abbandonare del tutto l’investimento; non solo, oggi la Tata ha grosse difficoltà a mantenere la promessa originaria: produrre la macchina più a basso costo del mondo, la Nano, che sarebbe dovuta costare circa mille euro; l’aumento del prezzo del ferro, infatti, schizzato negli ultimi mesi, potrebbe essere la causa del momentaneo alt della azienda.
In ogni caso, la dichiarazione ha dato il via nelle ultime settimane a un negoziato complesso e delicato, che vede per la prima volta tutte le parti in causa, braccianti, contadini e mezzadri di Singur, impegnati in queste ore a negoziare una probabile via d’uscita.
L’accordo deve affrontare diverse questioni: le popolazioni locali chiedono la restituzione di 400 acri, poco meno della metà delle terre occupate dalla Tata, quella porzione di terra cioè, confiscata nonostante l’opposizione dei proprietari contadini che la utilizzavano. Non solo: i comitati dei braccianti insistono sull’indennizzo per tutti quei contadini lavoranti a mezzadria che, a causa della Tata, hanno visto le giornate di lavoro dimezzarsi. E’ poi sul campo anche l’ipotesi di trovare una collocazione diversa per quell’impianto, una scelta che causerebbe ingenti perdite economiche che dovrebbe accollarsi il governo del West Bengala o la Tata stessa. E infine, cosa più importante, la restituzione dei danni pesanti: non si dimentichi che in due anni di battaglie ben sette persone sono morte tra i contadini.
A questa possibilità di speranze che si è aperta con le trattative di negoziato, si oppone il timore di una guerra tra poveri: dopo l’annuncio della Tata infatti settori del sindacato indiano vicino alla stessa azienda, così come coloro che si aspettavano di trovare un posto nell’impianto, hanno cominciato ad accusare pesantemente i contadini della responsabilità della situazione”, ha detto il portavoce della CRBM.

In una recente intervista Anuradha Talwar ha dichiarato: “Vittoriosi, vinti…abbiamo perso tutti, perchè Singur non sarà mai più quello che era”. L’arrivo del colosso industriale infatti ha cambiato pesantemente la vita delle popolazioni del West Bengala, tra le regioni più fertili dell’India: popolazioni di contadini, per gran parte mezzadri, che vivono di sussistenza. L’istallazione dell’impianto, avvenuta ormai per l’80%, ha inquinato le falde, apportato forti danni ambientali, creato impatti negativi sull’indotto, cioè su tutte quelle piccole e medie imprese che sorgevano nella regione. Non solo: chi ha rifiutato di prendere le compensazioni irrisorie offerte dallo Stato centrale è stato senza poter coltivare per due anni.

Le responsabilità della Tata sono grandi, ma non sono solo della Tata. A gennaio 2006, durante l’Autexpo’ di Nuova Delhi, Ratan Tata, presidente del gruppo indiano, e Sergio Marchionne, Amministratore Delegato della Fiat, avevano sancito un’alleanza industriale tra Tata Motors e Fiat Auto. Oggi la Fiat, tramite le sue controllate, stanzia contributi alla evoluzione di nuovi prototipi della Tata. “La Fiat è molto interessata a penetrare con forza nel mercato indiano e cinese” conclude Tricarico, “e nel caso di Singur l’azienda italiana darà delle parti dell’automobile che sarà assemblata in quell’impianto”.

E’ previsto per oggi 8 settembre alle ore 18 alla Casa Internazionale delle donne di Roma l’ incontro dal titolo “Sviluppo sostenibile e violenza di stato, il caso dell’India”. Un’occasione particolare per saperne di più sulle vicende che negli ultimi mesi hanno visto contrapposti a Singur, nel West Bengala, i movimenti contadini e il gruppo industriale Tata Motors. All’incontro avrebbe dovuto partecipare la sindacalista indiana Anuradha Talwar, ma le delicate trattative che in questi giorni stanno andando avanti tra governo e comitati di contadini e braccianti hanno costretto Anuradha a cancellare la visita in Italia.

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