Rimpatri: le violazioni di una direttiva irrealizzabile

Il destino della neonata e tanto criticata direttiva europea sui rimpatri, approvata dal Parlamento europeo il 18 giugno, è tutt’altro che scontato. La misura è infatti in netto contrasto con direttive precedenti in materia di asilo e protezione umanitaria e con i decereti legislativi di recepimento in Italia di queste direttive. Violando fondamentali diritti umani, è quindi probabile che questa misura dovrà fare i conti con la Corte costituzionale, quella di Giustizia e quella Europea.
A scatenare le critiche sarebbe stato il principio che prevede la detenzione dei migranti nei CPT da 6 mesi ai 18 mesi. Un elemento che sicuramente preoccupa ma che rischia di fare ombra su altri apsetti ben più allarmanti.
Ma partiamo dall’inizio e svisceriamo la direttiva con l’aiuto dell’avvocato Fulvio Vassallo dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI).
Sono due i canali di rimpatrio previsti dalla direttiva: quello volontario che scatta dopo l’intimazione a lasciare il territorio o, in casi contrari o particolari, la detenzione amministrativa e quindi l’esecuzione forzata dell’accompagnamento in frontiera. E’ in questa condizione che è previsto il trattenimento nei CPT da 6 ai 18 mesi, con la convalida da parte del giudice. Lo stesso criterio è previsto già in altri Paesi, come in Germania, dove è però sempre e solo rimasto sulla carta. Le cose infatti sono di solito andate in maniera ben peggiore. Se identficabile, infatti, il migrante viene espulso nell’arco di qualche mese; se non identificabile, e quindi se nessun paese fornisce i documenti di viaggio, il migrante può rimanere nei CPT anche per anni. Di fronte a questa possibilità si mostra marginale la preoccuapazione sull’estensione della detenzione.
A far allarmare ancora di più sono altri due principi sanciti dalla manovra: la possibilità di espulsione e rimpatrio anche per i minori non accompagnati e l’espulsione in paesi di transito. Nel caso dell’Italia, il paese di transito sarebbe proprio la Libia, assiduo violatore della Convenzione di Ginevra sui diritti umani e dei rifugiati. A dimostrarlo i frequenti casi di violenza sessuale sulle donne da parte delle forze di polizia.
Altro scandalo sono le misure per i richiedenti asilo.
Tra le persone espellibili in base a questa direttiva rientrano infatti anche molti richiedenti asilo. Il riconoscimento dello status di asilo o di protezione internazionale avviene però dopo un ricorso che può durare anche mesi. Per questo le leggi al riguardo prevedono la tutela dell’effetto sospensivo del ricorso. La direttiva però non è molto chiara su questo punto e rischia di fungere da ulteriore spinta per la riforma che si vorrebbe fare in Italia e che appunto prevede proprio l’eleminazione di questo effetto sopsensivo del ricorso, attualmente invece garantito. Se questo avvenisse, però, molte persone che adesso attendono l’esito del ricorso potrebbero essere espulse verso i propri Paesi di origine, dove vengono applicate torture e dentenzioni disumane.
“In questo senso, la direttiva sarà sicuramente impugnata dalla Corte di Gisutizia – spiega Vassallo – perché c’è un contrasto tra questa ed il diritto ad un ricorso effettivo previsto dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei dirtitti dell’uomo. E allo stesso modo potrebbe essere impugnata anche davanti alla Corte Europea sui casi concreti ove dovesse essere modificata la legge italiana proprio in direzione della negazione dell’effetto sospensivo del ricorso in merito alle domande d’asilo”.
La direttiva richiederebbe poi un investimento di soldi insostenibile anche, ma non solo, perché prevede la costruzione di numerosissimi CPT.
Gli Stati adesso hanno due nni per recepire la direttiva ma, come abbiamo visto, il risultato è tutt’altro che sicuro.

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