Il movimento “neo global” e la campagna arruolamenti della polizia giapponese

Il Giappone si prepara a blindare la sede del G8 ma soprattutto a mettere a riparo le strade della nazione da eventuali scontri durante le proteste. Per farlo, la Polizia giapponese organizza una vera e propria chiamata alle armi rivolta ai cittadini, che hanno già costituito a Tokyo un’organizzazione per la sicurezza composta da oltre 3000 persone.

Ad affiancare i poliziotti antisommossa ci saranno anche squadre di giovanissimi agenti alla prima esperienza, sottoposti in questi mesi a corsi intensivi per imparare come usare scudi di protezione, bastoni, e costruire una formazione contro eventuali blocchi. Basti pensare però che ad insegnare loro a come comportarsi sono stati poliziotti esperti ma ormai in pensione, reduci dalle antiche lotte studentesche degli anni ’50 e ’60 contro il Trattato di Sicurezza Giappone-Stati Uniti.

Il Paese non è infatti abituato agli scontri durante i cortei e dunque il movimento antiliberalismo dovrà fare i conti con un pericoloso mix di inesperienza e sceriffaggio spontaneo dei cittadini: terreno fertile in una nazione con una cultura così radicatamente fascista ed antistraniero come quella giapponese.

Consapevole di questo, il movimento giapponese mette all’erta gli attivisti internazionali, invitandoli ad evitare azioni spontanee e alla massima organizzazione.

Ma la repressione del governo giapponese viene fatta anche a monte. Non è escluso che si abbiano problemi ad entrare nel Paese, e per chi entra c’è sempre la schedatura obbligatoria.
Dal 20 novembre, infatti, è entrata in vigore la nuova legge sull’immigrazione volta a controllare qualsiasi straniero entri nel territorio, alla stregua della precedente misura adottata dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre.
Il provvediemento ha suscitato non poche critiche perchè limita le libertà di circolazione e privacy dei cittadini del mondo.
Il Gonverno si è giustificato affermando la necessità di proteggersi dal pericolo annunciato di eventuali attacchi terroristici da parte del movimento no global ma anche di Al-Qaeda. In realtà il Paese non sembrerebbe essere sotto il mirino del terrorismo internazionale o per lo meno non così tanto da giustifcare un tale provvedimento. Anzi, quando lo è stato, a scatenare gli attacchi sono stati gruppi interni. Dunque, come denunciano le associazioni umanitarie, dietro tale misura ci sarebbe più che altro la volontà di tenere sotto controllo lo straniero e chiunque circoli nel proprio territorio, cavalacando quella che è ormai la tendenza globale a ricorrere al Grande Fratello.

Cavalcando la diffusa paura della società civile innescata dall’11 settembre, i governi riescono dunque a far accettare alla gente strumenti come la biometria, il controllo esagerato dell’immigrazione, la scheadatura di ognuno.
La necessità di proteggersi è poi sempre più impellente per i Great 8 di fronte alla crescente acquisizione da parte della società civile di consapevolezza e capacità critica, frutto della liberazione dagli Stati-gabbia permessa dalla globalizzazione. Fenomeno che duqnue sembra essere una vera e propria risorsa per il movimento no global, che ha così necessità di ridefinirsi. Il filosofo Antonio Negri preferisce chiamarlo “neo global”.

Occorre dunque ridefinire la lotta, rivalutare le ricchezze della soggettività, intesa come parte di un gruppo senza la quale non esiste. E soprattutto occorre identificare il vero nemico, non la gobalizzazione appunto bensì proprio lo Stato, quel sistema messo in crisi dallo stesso fenomeno spesso additato come la causa dei mali contro i quali combattere.

Di tutto questo parliamo nella quarta puntata di AKIRA vs G8, con l’aiuto dello storico esperto di geopolitica e dirigente dell’Archivio Disarmo Maurizio Simoncelli ed il filosofo ex leader di Potere Operario Toni Negri, autore insieme all’americano Michael Hardt del libro “Impero”, il manuale guida del movimento antiliberista.

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