Bombe nucleari e commercio d’armi: il disarmo impossibile del G8
A cura di Valentina Vella • 28 maggio 2008
Politiche di sicurezza, lotta al terrorismo e armi nucleari: di questo i Great 8 parleranno ad Hokkaido, nella seconda giornata del summit, l’8 luglio. L’incontro non prevede ospiti esterni e, come fa sapere il ministro degli esteri giapponese, Masahiko Komura, verterà su Kosovo e Afghanistan, ma soprattutto sulla questione delle armi nucleari e quindi su Sud Korea ed Iran. L’obiettivo sarà quello di capire come fermare la cooperazione tra i due Stati in ambito di attività nucleari anche alla luce di quanto prevede il Trattato di non Proliferaizone Nucleare.
Allo stato attuale, sono oltre 20mila gli ordingi nucleari nel mondo. Con questi numeri, è evidente quanto sia difficile parlare di disarmo nucleare. Possedere una bomba per un Paese, infatti, non significa soltanto attrezzarsi militarmente ma anche accrescere simbolicamente il proprio ruolo nella geopolitica internazionale.
Nel percorso verso il disarmo un punto di partenza è costituito dalla modifica del Trattato di non
Proliferazione Nucelare del 1970. La modifica è chiesta a gran voce da molte realtà pacifiste e la ragione è da ricercare in una calusola della norma che prevede la possibilità di trasferire materiale e tecnologie nucleari per scopi civili e pacifici, mettendo così in circolazione conoscenze e strumenti che potrebbero invece essere impiegati per scopi diversi. Lo strappo alla regola era stato previsto per consentire l’applicazione dell’energia nucleare nel lontano ’70, quando ancora non si parlava di energie rinnovabili.
Questo fa cì che, nonostante il divieto, siano sempre di più i Paesi che si dotano di ordigni nucleari nel loro territorio.
Lo scenario internazionale mostra però una vasta corsa agli armamenti che non riguarda dunque solo il settore nucleare. A dimostrarlo l’impennata registrata dal commercio regolare di armi nel mondo. Come denuncia il Sipri, l’istituto di ricerca della pace di Stoccolma, nel 2007 il commercio di armi ha fatturaro 24 mila miliardi di dollari, anche se in leggera diminuzione rispetto al 2006 per il mancato rinnovo di importazioni di aerei da caccia da parte della Russia. Nel 2006, era infatti a quota 26mila miliardi di dollari, ma ciò che conta è che dal 2001, quando si era fermato a 16 e 700 mila miliardi di dollari, il commercio di armi è cresciuto spaventosamente.
Di questo parliamo nella terza puntata di AKIRA vs G8, in compagnia dell’esperto di geopolitica Maurizio Simoncelli, di Giorgio Beretta, giornalista di Unimondo e della Campagna Banche Armate, e Roberto Luchetti del Patto Permanente Contro la Guerra e la Rete nazionale Disarmiamoli!.
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