Bombe nucleari e commercio d’armi: il disarmo impossibile del G8

Politiche di sicurezza, lotta al terrorismo e armi nucleari: di questo i Great 8 parleranno ad Hokkaido, nella seconda giornata del summit, l’8 luglio. L’incontro non prevede ospiti esterni e, come fa sapere il ministro degli esteri giapponese, Masahiko Komura, verterà su Kosovo e Afghanistan, ma soprattutto sulla questione delle armi nucleari e quindi su Sud Korea ed Iran. L’obiettivo sarà quello di capire come fermare la cooperazione tra i due Stati in ambito di attività nucleari anche alla luce di quanto prevede il Trattato di non Proliferaizone Nucleare.

Allo stato attuale, sono oltre 20mila gli ordingi nucleari nel mondo. Con questi numeri, è evidente quanto sia difficile parlare di disarmo nucleare. Possedere una bomba per un Paese, infatti, non significa soltanto attrezzarsi militarmente ma anche accrescere simbolicamente il proprio ruolo nella geopolitica internazionale.

Nel percorso verso il disarmo un punto di partenza è costituito dalla modifica del Trattato di non Proliferazione Nucelare del 1970. La modifica è chiesta a gran voce da molte realtà pacifiste e la ragione è da ricercare in una calusola della norma che prevede la possibilità di trasferire materiale e tecnologie nucleari per scopi civili e pacifici, mettendo così in circolazione conoscenze e strumenti che potrebbero invece essere impiegati per scopi diversi. Lo strappo alla regola era stato previsto per consentire l’applicazione dell’energia nucleare nel lontano ’70, quando ancora non si parlava di energie rinnovabili.

Questo fa cì che, nonostante il divieto, siano sempre di più i Paesi che si dotano di ordigni nucleari nel loro territorio.

Lo scenario internazionale mostra però una vasta corsa agli armamenti che non riguarda dunque solo il settore nucleare. A dimostrarlo l’impennata registrata dal commercio regolare di armi nel mondo. Come denuncia il Sipri, l’istituto di ricerca della pace di Stoccolma, nel 2007 il commercio di armi ha fatturaro 24 mila miliardi di dollari, anche se in leggera diminuzione rispetto al 2006 per il mancato rinnovo di importazioni di aerei da caccia da parte della Russia. Nel 2006, era infatti a quota 26mila miliardi di dollari, ma ciò che conta è che dal 2001, quando si era fermato a 16 e 700 mila miliardi di dollari, il commercio di armi è cresciuto spaventosamente.

A dividersi la torta, gli USA con una fetta del 30%, la Russia, con un altro 30%, e l’UE, ancora un 30%. Ottima possizione dell’Italia, nei primo dieci posti al mondo nella produzione, e che dunque si aggiudica a pieno titolo il ruolo di membro del G8. A permetterglielo l’impresa italiana Finmeccanica, i cui fatturati crescono di anno in anno.
Le regolamentazioni internazionali inoltre non aiutano il processo del disarmo: non esistono infatti regole vincolanti e sanzoni. Nel caso dell’Europa, esiste solo un codice deontologico che proibisce la vendita di armi a Paesi in cui la violazione dei diritti umani è presente. I fatti dimostrano però che è facile poter raggirare questo punto.
Il giro d’affari del commercio d’armi è infatti troppo allentante perché gli Stati vi rinuncino, soprattutto se a fatturare sono imprese a compartecipazione statale, come accade negli Stati Uniti e in Europa. A questo si aggiungono altri paradossi, come il fatto che le imprese statali di produzione di armi rimangano le più sostenute, quelle sulle quali i governi investono di più cioè, nonostante siano anche quelle che fatturino di più. La necessità di controllare il settore, giustficabile, lascia dunque posto a ben altri piani ed interessi.
Con questo stato di cose, resta dunque difficile capire some poter smantellare un tale quadro internazionale.
La lotta resta allora nelle mani dei cittadini e dei moviementi pacifisti. Qullo italiano è uno tra i più pressanti al mondo: parliamo del Patto Permanente contro la Guerra, movimento interno allal Rete Nazionale Disarmiamoli, e che ormai da due anni si batte contro la politica della crescita degli investimenti nelle armi, contro la militarizzazione del territorio, adesso estesa anche a tematiche di tipio energetico con la soppressione delle lotte sociali e il segreto di stato, ma anche contro i lugohi di guerra, come le basi NATO ed USA, e gli strumenti della guerra, come le bombe nucleari illegalmente presenti sul nostro territorio.
Contro tutto questo, il Patto dà appuntmaneto per due manifestazioni: il 2 giugno a Napoli, insieme con i comitati locali di opposizione ad inceneritori e discariche, e l’11 giugno a Roma, contro l’arrivo dell’uscente Presidente degli Stati Uniti Bush.

Di questo parliamo nella terza puntata di AKIRA vs G8, in compagnia dell’esperto di geopolitica Maurizio Simoncelli, di Giorgio Beretta, giornalista di Unimondo e della Campagna Banche Armate, e Roberto Luchetti del Patto Permanente Contro la Guerra e la Rete nazionale Disarmiamoli!.

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4 Comments

  1. Valentina Vella said:

    Bush torna a Roma per coinvolgere ancora di più l’Italia nella guerra permanente

    Appello del Patto permanente contro la guerra

    Il presidente degli Stati Uniti Bush l’11 giugno prossimo sarà di nuovo a Roma per discutere con il nuovo governo Berlusconi – uno dei suoi più fedeli alleati in Europa – un maggiore coinvolgimento dell’Italia nelle strategie di guerra degli USA nei vari scenari.

    Bush è “un’anatra zoppa” ma prima di concludere il suo mandato vuole approfittare del favorevole clima politico bipartizan in Italia per aumentare gli impegni militari del nostro paese. In poche parole Bush vuole la disponibilità dell’Italia ai preparativi di guerra contro l’Iran, più truppe da combattimento in Afghanistan, nuove regole offensive per il contingente militare italiano in Libano da utilizzare contro l’opposizione libanese, il pieno utilizzo dei militari italiani nei Balcani a difesa della secessione del Kosovo, il via libera ai lavori alla base militare del Dal Molin a Vicenza e l’allargamento operativo delle altre basi USA sul nostro territorio, la partecipazione attiva allo Scudo missilistico che già si sta realizzando con le prime installazioni nei paesi dell’Europa dell’Est, una maggiore collaborazione tecnologica e militare tra aziende italiane e statunitensi (vedi l’escalation della Finmeccanica), la subalternità alle scelte della NATO, il rafforzamento della complicità militare e diplomatica tra Italia e Israele.
    Una accresciuta aggressività militare finalizzata alla riconquista o all’ampliamento della propria sfera d’influenza sul mercato mondiale – oggi in evidente declino – è la risposta con cui gli Stati Uniti intendono rispondere alla recessione economica abbattutasi sull’economia USA. Il tentativo dell’amministrazione Bush è quello di accollare i costi economici, sociali e militari di questa sua crisi anche sui paesi alleati.

    Su questa inquietante agenda di guerra, Bush troverà piena collaborazione da parte del governo Berlusconi, il quale si sta affrettando a far suonare le fanfare della guerra e del razzismo ed a peggiorare, se possibile, in Libano, in Afghanistan e di nuovo in Iraq, il ruolo di guerra dell’Italia, già delineato da D’Alema come quello la sesta potenza (coloniale) del mondo, in quanto a presenza di militari oltreconfine.
    Questa agenda la vogliamo e la dobbiamo ribaltare con una mobilitazione contro la guerra che non ha fatto e non farà sconti a nessun governo e a nessun soggetto politico che si sia reso complice della guerra permanente, delle sue alleanze e dei suoi obiettivi.
    Il Patto permanente contro la guerra lancia un appello alla mobilitazione a tutte le persone che vogliono un altro mondo possibile in cui la Pace sia il punto di riferimento della politica estera ed economica e la sicurezza sia inscindibile dalla solidarietà e dalla cooperazione e giustizia sociale. Non vogliamo che il nostro paese sia ancora complice della escalation di guerra e non vogliamo che dia il benvenuto a colui che massimamente ha incarnato in questi anni la guerra globale, la tortura e la sospensione dei diritti umani in tutto il mondo.

    Per dire No a Bush e No alla guerra, per dire fuori l’Italia dalla guerra, chiamiamo tutte e tutti in piazza mercoledì 11 giugno a Roma e ovunque ci siano consolati e rappresentanze USA per protestare contro la visita di Bush, per lanciare il nostro grido di allarme contro l’escalation di guerra.

    Per discutere gli scenari di guerra in cui siamo coinvolti e il ruolo che in essi gioca l’Italia, ma anche per discutere della manifestazione dell’11 giugno, invitiamo tutte e tutti al FORUM convocato per sabato 24 maggio a Roma (Casa internazionale delle donne, via della Lungara n.19, vicino a Regina Coeli dalle ore 10.00). Nel frattempo invitiamo a promuovere subito riunioni unitarie in ogni città per preparare la mobilitazione e discutere le possibilità concrete di iniziativa.

    Per lunedì 2 giugno a Napoli, un’alleanza di forze pacifiste e antimilitariste ha lanciato la proposta di una manifestazione contro le basi militari da tenersi nella città sede del nuovo Comando Centrale della Marina militare USA, chiamando alla partecipazione tutti i comitati popolari impegnati nella lotta per lo smantellamento delle basi.

    L’11 giugno saremo in piazza a Roma e in altre città contro la visita di Bush e le politiche di guerra del nuovo governo Berlusconi, per riaffermare la nostra piattaforma:

    – il ritiro immediato delle truppe italiane dall’Afghanistan, dal Libano, dai Balcani
    – la revoca della decisione di costruire una nuova base militare a Vicenza e lo smantellamento delle basi militari USA/NATO nel nostro territorio per riconvertirle ad uso civile
    – la revoca dell’adesione dell’Italia allo Scudo missilistico USA,
    – la revoca della partecipazione alla costruzione degli F35
    – la revoca dell’accordo di cooperazione militare tra Italia e Israele
    – il taglio delle spese militari a favore di quelle sociali.

    Il Patto permanente contro la guerra

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